L’Osservatore Romano, 22-23 aprile 2014

Felice Asnaghi

Enrico Reggiani è professore associato di Lingua e Letteratura Inglese presso la Facoltà di Scienze Linguistiche e Letterature Straniere dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Dal 1986 al 2008 ha curato la rubrica settimanale Le lingue: Inglese per Il Sole 24 Ore del Lunedì, consolidando una competenza negli ambiti economici dei linguaggi di specialità unanimemente riconosciuta e ampiamente documentata dal punto di vista bibliografico. Altrettanto consolidata e apprezzata è la sua attività di ricerca nell’ambito dei rapporti tra cultura letteraria e cultura economica, che ha prodotto una nutrita serie di pubblicazioni e numerosi interventi a eventi di natura accademica e culturale.

L’autore già nell’attacco d’articolo si chiede come mai personalità di spicco come il giornalista Lanfranco Pace, il presidente della Repubblica Francesco Cossiga e il parlamentare Marco Follini nelle loro attività professionali abbiano fatto esplicito riferimento a Shakespeare e alle sue opere.
Una peculiarità che Reggiani aveva già segnalato e affrontato in articoli precedenti pubblicati riferendosi ai saggi di John O. Whitney e Tina Packer, di Paul Corrigan,  ai romanzi di Sylvia Beach e Bob Smith.

Dall’aprile di quest’anno (450esimo della nascita) si sono aperte le celebrazioni per gli anniversari shakespeariani che culmineranno nel 2016 in occasione del quarto centenario della morte del Bardo di Avon (aliasShakespeare).  È un’occasione di marketing (editoriale, turistico, accademico) e quindi saremo subissati di eventi (internet già è carica di riferimenti a proposte) “spesso culturalmente sbiaditi” che  non avranno “neppure l’ombra” del grande drammaturgo e poeta inglese. Meglio alcuni rinomati originali, afferma Reggiani, menzionando John Maynard Keynes (Trattato sulla Moneta 1930), Milton Freidman (Storia monetaria degli Stati Uniti, 1963) e Amartya Sen (Etica ed economia, 2000). Eppure in questo bailamme sub specie culturae c’è il modo per trarre «un reale profitto antropologico, un deciso incremento del dialogo interculturale tra discipline diverse ed apparentemente incompatibili, un’accresciuta capacità di scorgere la totalità dell’umano nel caleidoscopio delle sue manifestazioni testuali e culturali».
Come?   Anche in Italia, come accade già con sempre maggior frequenza altrove, indagando nei testi e rivisitando sulla scena, con intelligentia rerum e lungimirante solidarietà ermeneutica, proprio quel miracolo di interconnessione (Conrad Aiken) tra esperienza letteraria ed esperienza economica che Shakespeare (1564-1616) coltiva strategicamente in tutte le sue opere.Frederick Turner si spinge a fare un paragone: «un’economia come una compagnia teatrale, un gruppo di attori, la cui interazione genera la trama dell’opera: come quest’ultima, un’economia politica è fatta da persone le cui differenze e conflitti formano una totalità artistica che è più grande della somma delle loro parti».

Nel Merchant of Venice(fine cinquecento) ambientato nella città cosmopolita del XVII secolo, i rapporti tra Porzia e Bassanio; Nerissa e Graziano; Jessica e Lorenzo; Shylock e Antonio non disegnano solamente una trama familiare ma mettono in scena una realtà economica che intreccia lavoro e l’impresa; denaro e commercio; religione e politica; sacre scritture e usura e per finire perfino la pretesa di avere come pegno al prestito di denaro una libbra di carne umana.  La trama è conosciuta e non certo esauribile in queste poche righe, quello che conviene rimarcare è il monito dell’ebreo Shylock usuraio di professione e per questo disprezzato (Hath a dog money? – Ha denaro un cane?), declamato durante il contradditorio con il mercante Antonio (che mai avrebbe prestato soldi per usura):
“Thrift is blessing if men steal it not”
“Il profitto è la benedizione, se gli uomini non lo rubano”.

Nella tragedia Romeo and Juliet, Romeo apprende la reale identità di Giulietta dalla balia e che la equipara a un: chink;termine onomatopeico che esprime il suono, il rumore delle monete quando si toccano (oro sonante, appunto!).

Romeo: What is her mother?
La Nurse:
Marry, bachelor,
Her mother is the lady of the house,
And a good lady, and a wise and virtuous
I nursed her daughter, that you talk’d withal;
I tell you, he that can lay hold of her
Shall have the chinks.

Nel Riccardo III, celebre e insolita rimane l’espressione in bocca al monarca: «Un cavallo! Un cavallo! Il mio regno per un cavallo» A horse! a horse! my kingdom for a horse!(atto V, scena 4)

Enrico Reggiani in un precedente articolo analizza cause ed effetti della letteratura inglese. Autori e pubblicazioni sono funzionali a studi di economia, e le opere teatrali di Shakespeare subiscono uno«spacchettamento e/o dalla strumentalizzazione a pur nobilissimi fini professionali, aziendali, dirigenziali, motivazionali, vocazionali, magari perfino spirituali».
Purtroppo la ragione di questo costante interesse, invece di concretizzarsi in improduttivi intimismi da introduzione di volume allegato ai quotidiani, non volge verso «un’antropologia di straordinario spessore culturale, che richiede lo sforzo della ragione e la passione del cuore: una cosa da “pensiero forte” e da “un coraggio della realtà”, che nei contesti di cui sopra (professionali, aziendali, ecc…) potrebbe produrre esiti strabilianti e valorizzare le risorse di ogni persona nelle più diverse circostanze».
(da Enrico Reggiani, Ec(h)onomics 3 – comunicazione letteraria, textual politics e cultura economica, Università Cattolica del Sacro Cuore – Diritto allo Studio, Milano 2007).

A questo punto diviene naturale e logico porsi la domanda: «Possibile che non sia professionalmente produttiva la capacità di riflettere sui modelli indicati nel Merchant of Venice (atto I, scena III), per poi rimodularli in altre situazioni della quotidianità? Non è evidente il caso che Marx e molti altri protagonisti della storia e del pensiero economico richiamino proprio quest’opera, più in generale, per il pensiero e l’esperienza di Shakespeare. E se provassimo anche oggi a scegliere la profondità e la passione?» (Enrico Reggiani, Ec(h)onomics 3)

Ho avuto l’opportunità di ascoltare studenti universitari che seguono le lezioni del professor Reggiani e l’impressione che ho colto è stata decisamente positiva. La vastità delle sue conoscenze, la sua capacità, divulgativa e la volontà di innovare, trasmettono al giovane concetti che non si esauriscono alla sola materia di studio ma spaziano dalla letteratura irlandese, agli scrittori cattolici dell’United Kingdom,ai rapporti tra cultura letteraria e cultura musicale (esaminati anche grazie a una solida formazione musicale, musicologica e teorico-analitica) e diventanospunto per favorire un verodibattito e guida per  nuove proposte che alla fineabbracciano ogni aspetto della vita. La sua è una strada innovativa capace di risposte qualificate che si possono esprimere nel termine da lui stesso coniato: ec(h)onomics. La prospettiva evocata riassume i concetti di economia (economy) e cultura economica (economics), ma l’echo di entrambe si riproduce e viene rielaborata in modo reciproco, di modo che il sapere economico si ponga con sempre maggior frequenza ed incisività anche grazie alle risorse del sapere. (Enrico Reggiani, Ec(h)onomics 3)

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