Occorre dare un volto più personalizzato alla comunità cristiana, per favorire conoscenza e legami più stretti in particolare nell’iniziazione cristiana con i ragazzi e i loro genitori

di Antonio COSTABILE
Responsabile del Servizio per la Catechesi

catechisti

In diversi interventi l’Arcivescovo, cardinale Angelo Scola, ha fortemente richiamato l’imprescindibile legame tra la comunità cristiana e la catechesi: «Bisogna avere la presenza di una comunità educante: catechista, parroco, educatore, religiosa, allenatore di calcio, qualche genitore, animatori degli oratori ecc. ecc.; insieme già in maniera equilibrata la relazione tra affetti, lavoro e riposo, sono vissute come esperienze di comunità. La grande sfida dell’educazione non è parlare dei valori, ma far fare l’esperienza dei valori».

Un filosofo ateo francese Deleuze, dice: «Educa non chi dice fai così, ma chi dice fai con me così» (Incontro con i catechisti per la 100 giorni dei cresimandi – 21 gennaio ’12). La comunità cristiana globalmente presa è l’alveo nel quale si introduce il ragazzo, i genitori, catecumeni giovani e adulti all’incontro di fede con il Signore Gesù. Ogni processo d’introduzione alla vita cristiana interpella primariamente la vita stessa delle nostre comunità, il loro essere luogo vitale di trasmissione della fede, di condivisione della comunione accolta e celebrata nei sacramenti, e insieme condivisa nel tessuto di buone relazioni. È pur vero però che così intesa la comunità cristiana rischia di essere una figura troppo generica e astratta per chi è accolto e accompagnato in un itinerario credente.

Occorre dare volto più personalizzato alla comunità cristiana, favorire conoscenza e legami più personali in particolare nell’iniziazione cristiana con i ragazzi e i loro genitori. Come più sopra ci ricorda il cardinale Scola occorre dare forma ad una «comunità educante» che si prenda cura dell’accoglienza iniziale, ma più ancora della cura di relazioni continuative nel tempo con la famiglia. Tale cura nell’accompagnamento non consiste primariamente nell’essere preoccupati di trasmettere valori sul versante educativo, ma piuttosto nell’offrire una testimonianza di vita cristiana condivisa tra i membri della comunità, uno stile evangelico che rende già visibile, incontrabile, desiderabile la Buona Notizia. Gesù stesso prega il Padre poche ore prima di compiere la missione che il Padre gli ha affidato così: «Non prego soltanto per questi, ma anche per quelli che credono in me per mezzo della loro parola: che siano tutti uno; e come tu, o Padre, sei in me e io sono in te, anch’essi siano in noi: affinché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,20-21).

La verità, la bontà, la bellezza del Vangelo può risplendere e diventare invito appetibile alla condizione che ci sia una comunità cristiana, che con tutti i suoi limiti e difetti oltre che pregi,  faccia trasparire nei suoi membri e nelle relazioni fondate nella comunione in Cristo come in filigrana il gusto, la freschezza perenne della Buona Notizia. Il volto di Cristo è composto da tanti piccoli tasselli come in un mosaico bizantino, tasselli che uniti insieme in modo armonico e secondo un disegno stabilito danno forma alla Chiesa, ad ogni comunità cristiana.

Già il primo incontro con i genitori che chiedono il Battesimo per i loro figli è occasione propizia per mostrare un volto fraterno e accogliente della comunità cristiana. Da ciò deriva che sin dalla fase di prima accoglienza dei genitori per il Battesimo dei figli e poi nella fasi successive da zero a sei anni d’età dei figli e più ancora nella fase della richiesta dei sacramenti che completano l’iniziazione cristiana occorre dare forma ad un equipe, una «comunità educante» che incontri e accompagni nel cammino.

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