Nell'intervista il direttore rilancia il «metodo Caritas» a proposito del Refettorio ambrosiano a Greco. Incontro chiarificatore col comitato di quartiere

di Pino NARDI

Don Roberto Davanzo

«Rispondo con le parole che ha pronunciato il cardinale Scola sabato scorso: l’amicizia civica – cioè la capacità di costruire risposte condivise – ha bisogno di tutto meno che di pregiudizi di carattere ideologico. Quindi l’appello ancora una volta è quello di guardare in faccia al problema e alla soluzione». Così sottolinea don Roberto Davanzo, direttore della Caritas ambrosiana, di fronte alle ultime vicende che hanno animato il dibattito al quartiere Greco di Milano, dove sarà aperto il Refettorio ambrosiano. E rilancia il "metodo Caritas" di rispondere ai problemi degli ultimi con una solidarietà seria, pensata, non improvvisata, che tenga conto della dignità dei più deboli e della sicurezza di tutti.

Don Davanzo, partiamo dall’ultima vicenda del quartiere di Greco per riflettere sul fatto che anche quando si realizzano iniziative di solidarietà c’è una parte di popolazione che protesta…
Da un lato è comprensibile la preoccupazione di quella parte di cittadinanza, che magari non conoscendo nei dettagli il progetto, può essere portata ad innalzare qualche barriera forse eccessiva. Dall’altro lato, in questo caso come in tutti gli altri che ci hanno visti protagonisti, l’animo con cui abbiamo lanciato iniziative di tipo solidaristico muove su due binari: la difesa della dignità delle persone da noi seguite e accudite, nella assoluta sicurezza della cittadinanza. Questo lo diciamo non come gentile concessione, ma perché ne siamo convinti.

Come dimostrano nei fatti le tante realizzazioni promosse dalla Caritas…
Infatti. Penso alle famiglie dei siriani che abbiamo ospitato in via Fratelli Zoia o in via Salerio; agli ospiti di un rifugio come quello che fu di Fratel Ettore; a una struttura come quella in via Famagosta che è un centro diurno per gravi emarginati; a quella che abbiamo per anni gestito in via Novara per rifugiati politici; alle persone che usufruiranno della mensa del Refettorio ambrosiano di piazza Greco. Tutte queste persone per noi hanno la possibilità di vivere un cammino di emancipazione non soltanto se sono seguite, accudite, controllate, curate da bravi operatori, ma se tutta la cittadinanza si coinvolge. Crediamo in una dimensione sociale della cura.

Eppure anche in passato non sono mancate manifestazioni di protesta…
Faccio due esempi. Il Centro Isidoro Meschi di Nibionno suscitò tante preoccupazioni quando nacque, ormai più di 20 anni fa, perché era una villa che ci fu messa a disposizione a favore di malati di Aids. La cittadinanza inizialmente si preoccupò, innalzò barricate, ma poi gradualmente si rese conto non soltanto che queste persone non erano un motivo di preoccupazione, ma addirittura molti degli abitanti del paese continuano ancora oggi a stare con loro, per vivere un’esperienza di volontariato, di vicinanza, di prossimità.

Anche a Milano non sono mancate le preoccupazioni…
Certo. Un altro esempio a Bruzzano. Più di dieci anni fa nacquero le cosiddette comunità Mizar per ex ospiti del Paolo Pini, persone che erano state 30 anni in ospedale psichiatrico. Queste strutture si chiudevano e bisognava trovare soluzioni alternative. Si decise di scommettere in una struttura inserita nel quartiere, convinti del fatto che la terapia nei confronti di queste persone dovesse passare non solo attraverso psichiatri, educatori o assistenti sociali, ma con l’offerta di una vita il più possibile normale, in mezzo ai negozi, al barista, al tabaccaio, alla parrocchia di quel quartiere. Anche lì ci fu sollevazione, inquietudine («ecco, ci portate qui i matti, gli psichiatrici, che possono essere un motivo di insicurezza per la cittadinanza»). Piano piano anche queste preoccupazioni si sciolsero come neve al sole, addirittura abbiamo oggi proprio il quartiere come alleato terapeutico.

Insomma una solidarietà pensata, ragionata, curata nei vari passaggi…
Il nostro modo di ragionare e di progettare questi interventi ha bisogno di una cornice anche di condivisione che ci rendiamo conto non può nascere dal nulla, ha bisogno di tempo, anche di vedere all’opera questi servizi. Non è possibile prevedere ex ante il buon funzionamento di queste strutture. Siamo convinti che anche per quanto riguarda il Refettorio ambrosiano la possibilità di verificare la qualità del servizio che verrà offerto diventerà il vero elemento che non soltanto abbatterà le preoccupazioni, ma addirittura ci farà avere tra i nostri principali collaboratori anche coloro che oggi esprimono preoccupazione.

Lei parla di progettualità, di coinvolgimento, condivisione, della solidarietà fatta in modo serio. Però ci sono iniziative di stampo politico che cavalcano l’emozione e le paure del momento. Insomma si ripropone la solita alternativa tra soffiare sul fuoco e le risposte della solidarietà. Riusciamo a venirne fuori?
Dove ci sono esseri umani, ci sono problemi. Non c’è nessun fenomeno umano che non abbia una qualche problematicità, specialmente se sono legati a fragilità, povertà e miseria. Credo che al di là di ogni armamentario ideologico, che ciascuno di noi si porta dentro, quello su cui dovremmo confrontarci è guardare in faccia al problema, capirne l’entità e come viene affrontato attraverso il servizio che sta per nascere. Tutto il resto rischia di essere soltanto motivo di reciproca incomprensione.

Inoltre i problemi sociali ed economici in qualche modo aggravano la situazione…
C’è un dato oggettivo davanti agli occhi di tutti: la presenza a Milano di numeri estremamente significativi di persone gravemente disagiate. Attraverso l’esperienza del Refettorio ambrosiano vogliamo offrire una piccola soluzione (parliamo di una novantina di posti) per l’aspetto alimentare, ma lo vogliamo fare con estrema dignità. Addirittura abbiamo avuto l’appoggio di artisti, che metteranno a disposizione la loro creatività perché questo posto sia bello, di cui possa continuare a beneficiare e a godere anche il quartiere. Nessuno sequestrerà niente, perché quello spazio viene restituito alla parrocchia, alla comunità locale, abbellito per momenti di tipo culturale. Naturalmente, non c’è niente di definito, non abbiamo ancora stabilito quanti giorni alla settimana sarà aperto, se solo a mezzogiorno o solo la sera, ma l’idea è che di quello spazio possa godere anche la collettività di Greco.

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