Ripristinato 25 anni fa in Diocesi un ministero che ha origini antiche. Il rettore, don Giuseppe Como: «Il diacono arriva alle frontiere della carità e dell’accoglienza, dove la Chiesa è chiamata ad aprire le sue porte»

di Ylenia SPINELLI

Don Giuseppe Como

Un anniversario importante quello di domani per i diaconi permanenti ambrosiani, che festeggiano i 25 anni del ripristino del loro ministero nella nostra Diocesi. Era infatti il 17 settembre 1987 quando il cardinale Carlo Maria Martini lo istituì ufficialmente con Decreto arcivescovile. Sono passati cinque lustri, il cammino è stato lungo e a tratti faticoso per cercare di delineare la vera identità del diacono e comprendere sempre più a fondo la sua collocazione ecclesiale. Ma si continua a guardare al futuro di questo particolare ministero definito “della soglia”, perché, come spiega il neo rettore don Giuseppe Como, «arriva alle frontiere della carità e dell’accoglienza, là dove la Chiesa è chiamata ad aprire le sue porte».

Don Como, facciamo un passo indietro. A partire da quali intuizioni nasce la necessità di ripristinare il diaconato in Diocesi?
Il diaconato permanente è uno dei frutti del Concilio Vaticano II, il quale ha affidato alle singole diocesi il compito di decidere se reintrodurlo dopo la sua scomparsa alla fine del primo millennio cristiano. La Chiesa di Milano non è stata tra le prime in Italia a ripristinare il diaconato, in Lombardia è stata preceduta da Brescia, che ha iniziato nel 1982. Il cardinale Martini, che ha deciso il ripristino in Diocesi, ne parlava come di una decisione presa – diciamo così – “sulla fiducia”: fiducia nella Chiesa che a sua volta ha interpretato la volontà di Gesù e fiducia nelle scelte del Vaticano II. Una motivazione che può sembrare banale, in realtà rivela una schietta visione di fede.

Chi è il diacono permanente?
Un ministro ordinato, cioè riceve il sacramento dell’Ordine nel suo primo grado. Si pone così al servizio della Chiesa, collaborando con il vescovo e con i presbiteri, come “icona vivente di Cristo servo”, per richiamare a tutti i battezzati la vocazione al servizio. Tre ambiti definiscono l’attività del diacono: la Parola, la liturgia e la carità. Concretamente, il diacono è impegnato nella catechesi e nella preparazione ai sacramenti; svolge un servizio nelle celebrazioni liturgiche, in particolare proclamando il Vangelo e amministrando il Battesimo; anima la vita di carità delle comunità cristiane, spesso nell’ambito della Caritas.

Spesso sono uomini sposati: come conciliare le due vocazioni?
Non è facile, si tratta di un impegno non solo del diacono, ma anche della moglie e un po’ di tutta la famiglia per ricreare nuovi equilibri. L’esperienza ci mostra come la vita del diacono e della sua sposa diventi più complessa, ma anche più ricca. Paradossalmente la vita coniugale deve sopportare maggiori fatiche, ma trova anche energie nuove e insospettate.

Quale e quanto è importante il ruolo delle mogli?
In questi anni ho seguito da vicino anche il cammino delle mogli e ho capito quale ruolo decisivo abbiano nell’aiutare i diaconi a costruire quella nuova sintesi di cui parlavo. Sono donne cui è chiesto molto, ma che comprendono di ricevere tanto dalla vocazione del marito. I figli fanno a volte un po’ fatica, ma molto spesso guadagnano via via simpatia e partecipazione al percorso del papà.

In 25 anni quali sono i principali traguardi raggiunti?
I diaconi si sono fatti meglio conoscere e apprezzare in diocesi, anche da parte dei preti. Inoltre è stata qualificata maggiormente la loro preparazione culturale: oggi è chiesto loro di ottenere il diploma triennale in Scienze Religiose. Hanno soprattutto maturato una coscienza ecclesiale più lucida: un “corpo” dentro e al servizio del corpo ecclesiale.

Pensa che il ruolo del diacono possa crescere nelle nostre comunità, senza sovrapporsi o sostituirsi alla figura del prete?
Lo spero e ho fiducia che sarà così. Il più autorevole studioso del diaconato permanente, Alphonse Borras, ritiene che se il diacono finisse con l’essere semplicemente un sostituto del prete, uno cui si ricorre in mancanza di preti, il diaconato morirebbe. Vivrà se saprà porsi e se sarà riconosciuto come uno che nella Chiesa svolge servizi e assume responsabilità che sono sue e che i preti hanno assunto perché mancavano diaconi.

Dal 1° settembre è diventato rettore del diaconato permanente: con quali occhi guarda al futuro?
Inizio il mio servizio con la convinzione, maturata in questi anni, che vale la pena spendere energie per la crescita di questo ministero, perché è una risorsa per la nostra Chiesa. Penso si debba lavorare ancora sulla formazione, non solo teologica, che è già a buon livello, ma anche umana, in riferimento alle molteplici relazioni pastorali che il diacono vive.

Sette nuovi diaconi, 120 in servizio

Dal 1990 nella nostra Diocesi sono stati ordinati 120 diaconi permanenti. A questi, il prossimo 29 settembre se ne aggiungeranno altri 7, di cui 6 sposati e padri di famiglia (nella foto in alto). Hanno un’età compresa tra i 50 e i 61 anni e svolgono, o hanno svolto, le più diverse attività lavorative: chi bancario, chi perito assicurativo, chi impiegato, chi artigiano, chi imprenditore, chi artigiano… Li accomuna il desiderio di mettersi al servizio della Chiesa, una missione che hanno voluto riassumere nel motto “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2,5) e nell’icona raffigurante le tre virtù teologali: fede, speranza, carità. Sono Cesare Emilio Bandera (S. Maria Maddalena in Velasca di Vimercate), Cristoforo Biffi (Madonna della Selva di Bergoro di Fagnano Olona), Nicola Carlo Grassi (Ss. Nazaro e Celso di Bareggio), Luciano Griggio (S. Maria Ausiliatrice in Ponte di Laveno), Felix Alberto Juarez (S. Martino Vescovo di Carpiano, originario del Perù), Mauro Mobiglia (S. Stefano protomartire di Taino) ed Elio Panozzo (Ss. Gervaso e Protasio di Novate Milanese). A tutti loro, all’inizio di ottobre, l’Arcivescovo comunicherà le destinazioni e gli ambiti in cui potranno iniziare a svolgere il ministero diaconale.

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