Un incontro organizzato dalla Casa della Carità presso Palazzo Pirelli ha messo a tema la vivibilità dietro le sbarre e i percorsi di recupero e di reinserimento sociale

di Claudia ZANELLA

Don Virginio Colmegna

«Per affrontare il problema, bisogna partire dai diritti dei carcerati. Dobbiamo garantire, senza se e senza ma, la vivibilità di tutti i 65 mila reclusi». L’ha dichiarato il consigliere regionale Lucia Castellano (vicepresidente della Commissione speciale “Situazione carceraria in Lombardia”) all’incontro “Carcere e società”, organizzato dalla Casa della Carità e svoltosi questa mattina presso Palazzo Pirelli. Per Castellano – già direttore di Bollate – questo vuol dire poter garantire libertà di movimento all’interno del carcere ai detenuti, che oggi invece vivono situazioni di sovraffollamento nelle celle e scarsa possibilità di moto al di fuori di esse, se non per poche ore diarie. Assicurare loro dei diritti significa anche portare l’attenzione sulla sanità e sul supporto psicologico che, in una situazione di infermità fisica, dovrebbe accompagnare il malato. Infine, il consigliere ritiene necessario che i carcerati possano impiegare il loro tempo in percorsi di formazione e lavoro, finalizzati a riabilitarli e reintrodurli nella società. Perché tutto questo sia possibile, la Regione Lombardia ha creato un’apposita Commissione speciale che «lascia da parte i colori politici e mette al centro la persona, con la sua dignità e i suoi diritti», ha ricordato Fabio Fanetti, consigliere regionale e presidente della Commissione.

La direttrice della Casa della carità Silvia Landra ha citato il cardinale Martini, quando sosteneva che il rifiuto del male e l’educazione alla responsabilità nei confronti del bene comune sia un percorso. Martini credeva nella riabilitazione sociale dei detenuti attraverso la presa di coscienza di sé e il recupero dei valori comuni. Per questo credeva necessario «cercare non solo pene alternative, ma alternative alle pene». Bisogna quindi responsabilizzare l’individuo, offrirgli la possibilità di riscattarsi. Solo in questo modo quanti vivono in una situazione di emarginazione potranno sentirsi una risorsa per la società. Se non ci si concentra su questi individui e non si offre loro un’alternativa valida, quanti «già vivono una situazione di esclusione, dopo aver vissuto l’esperienza carceraria, verranno definitivamente annientati socialmente», ha concluso Landra.

Una filosofia adottata dalla Casa della Carità che, come ha spiegato il suo presidente don Virginio Colmegna, si vuole occupare di coloro che vivono in uno stato di abbandono: «La situazione degli invisibili ha bisogno di più professionalità e competenza. Altrimenti si arriva a una cronicizzazione del disagio».

Si sono susseguiti diversi interventi relativi alla questione dei diritti, alla condizione dei detenuti e dei progetti riabilitativi volti al loro reinserimento in società. Massimiliano, detenuto nella casa di reclusione di Bollate, ha parlato della sua partecipazione a questi progetti: «Non mi sento più un peso per la mia famiglia e per la società, mi sento una risorsa». Egli è infatti volontario di Articolo21, associazione nata per volere dei carcerati di Bollate, che opera all’interno della Casa della Carità partecipando a diversi progetti della Fondazione e offrendo il proprio aiuto a quanti vi vengono ospitati.

Ha concluso l’incontro Livia Pomodoro, presidente del Tribunale di Milano, ricordando che l’interesse per le carceri, da parte delle istituzione e dell’opinione pubblica, non è mai duraturo, ma sempre legato a determinati momenti. «La sofferenza è quella di ogni giorno; l’emergenza è quella di tutti i giorni, non è solo quella di quando ne parlano i giornali», ha fatto presente, invitando gli enti locali a trovare soluzioni di lungo periodo in grado di affrontare i problemi legati ai diritti dei detenuti. Ha rimarcato l’importanza da attribuire all’estensione ai detenuti adulti del progetto di “messa alla prova”, già sperimentato positivamente per i minori. Pomodoro ritiene che la detenzione in carcere non possa essere la soluzione definitiva, ma che sia necessario offrire alternative concrete per riabilitare e reinserire nella società i reclusi: «Attribuire responsabilità ai detenuti, dando loro la possibilità di rispondere con comportamenti positivi, significa trasformare l’Italia in un Paese adulto».

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