La riflessione del vescovo ausiliare e vicario episcopale per la Zona VI nell'ultima sessione del Consiglio pastorale diocesano

di Pino NARDI

«Il cammino diocesano verso una pastorale che chiamiamo “d’insieme” e l’attuazione istituzionale paradigmatica che è la comunità pastorale è avviato con decisione e senza ripensamenti radicali». Così monsignor Mario Delpini, vescovo ausiliare e vicario episcopale per la Zona VI, comincia la sua riflessione a Triuggio. Sottolineando che i segni positivi o più problematici non vanno trascurati, ma affrontati esercitando «un discernimento comunitario».
Innanzitutto, non c’è conflittualità tra Comunità pastorale e parrocchia. «L’alternativa è infondata – afferma Delpini – perché né le intenzioni, né le realizzazioni finora istituite comportano che la Comunità pastorale sia la sostituzione delle parrocchie, anzi, almeno nelle intenzioni, ci si propone di conservare non solo l’aspetto giuridico delle parrocchie, ma l’identità storica e pastorale, come un patrimonio che può arricchire le altre comunità che entrano in una dinamica istituzionalizzata di pastorale di insieme».
Prosegue il vescovo ausiliare: «L’interpretazione profetica della situazione è quel modo di obbedire allo Spirito di Dio che continua ad accompagnare la Chiesa e le suggerisce che questo tempo, questa situazione è il contesto adatto per la missione. E l’interpretazione profetica della situazione ha indotto, tra l’altro, alla costituzione delle comunità pastorali, perché la Chiesa vive nel tempo non con la nostalgia di altri tempi, né con la sindrome dell’assedio, né assecondando la tentazione della rassegnazione e dell’inerzia».
Il nucleo resta perciò la missionarietà. «La comunità pastorale è un segno della missione della Chiesa perché è una novità rispetto alla suddivisione territoriale nelle parrocchie. Il mutamento istituzionale in sostanza dice che si è convinti che "non si può andare avanti così". È uno dei segni che la Chiesa è una comunione articolata e che anche le decisioni strutturali possono esplicitare la speranza che le identità non sono una predestinazione alla solitudine e alla contrapposizione – sottolinea Delpini -. Potrebbe addirittura capitare che i cristiani di due frazioni dello stesso comune, da sempre armate di reciproco disprezzo, possano guardarsi in faccia e riconoscersi fratelli nel nome del Signore, anche perché le appartenenze civili sempre meno coincidono con le appartenenze ecclesiali; analogo potrebbe addirittura essere il discorso per i diversi gruppi, movimenti, associazioni».
Infine, sostiene Delpini, «la comunità pastorale è un segno della missione della Chiesa perché, almeno di principio, coinvolge a livello di responsabilità istituzionale condivisa, non solo i preti, ma tutte le espressioni del popolo cristiano (religiosi/e, laici e laiche) che possono farsi carico di un ruolo pastorale definito».

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