«Dalla favola al teatro, al canto, alla leggenda, le civiltà si trasmettono insieme alle tragedie anche il rimedio, il miracolo, la provvidenza, l’esperienza del superstite, del salvatore. Anche nel più spietato individualismo del “si salvi chi può”»

di Stefania CECCHETTI

Erri de Luca

«La nostra specie umana ha bisogno di storie per accompagnare il tempo e trattenerne un poco. Così io raccolgo storie, non le invento. Vado dietro la vita a spigolare, se è un campo, a racimolare, se è una vigna. Le storie sono un resto lasciato dal passaggio. Non sono aria, ma sale, quello che resta dopo il sudore». Così Erri De Luca definisce il lavoro dello scrittore nel suo ultimo libro Storia di Irene, edito per Feltrinelli. Le storie come bisogno che ha l’umanità di trattenere il tempo, per evitare che scappi via e che si perda, lasciando tutto senza un senso.

Si capisce perché proprio a Erri De Luca hanno pensato gli organizzatori del convegno Caritas di sabato 9 novembre, per parlare di cosa significhi «narrare la carità». Lo scrittore napoletano chiuderà la serie degli interventi parlando sul tema «Le opere non bastano: quali parole per raccontare la carità?».

Gesù è stato un grande narratore della carità, nel Vangelo la ritroviamo soprattutto nelle le parabole, ma non solo. Da profondo conoscitore della Bibbia quale è, secondo lei la carità trova una sua narrazione anche nell’Antico Testamento? In che termini?
La carità nell’Antico Testamento è un insieme di raccomandazioni con valore legale. Per esempio il proprietario di un campo doveva lasciare una porzione del suo raccolto a disposizione dei poveri e se si trattava di falciatura i suoi mietitori potevano passare una sola volta e dovevano perciò lasciare il rimasto ai poveri che potevano racimolare. “E amerai il tuo vicino come te stesso” è dichiarazione del libro Levitico prima che Gesù la mettesse al centro della sua azione. Nel Vangelo non troviamo solo parabole ma opere concrete, guarigioni, conforti materiali, la carità interviene nel guazzabuglio del mondo. Gesù alla lettera era un toccasana, quello che toccava, sanava».

Che significato riveste per Erri De Luca, che si professa non credente, la carità?
La carità è un gesto di fraternità.

E per lei scrittore e poeta, cosa rappresenta il racconto della carità?
È esempio pratico della tutt’altra economia, quella del dono. Fuori dalla contabilità dei pareggi di bilancio, lo spariglio felice del dono di sé, la condivisione gratuita di saperi, competenze, del proprio tempo a favore degli altri regge la comunità umana. E dove domina invece la partita doppia dare/avere una comunità si indebolisce e si slega. L’ognuno per sé è il termine di corsa dell’avventura umana, la carità è l’antidoto.

Secondo lei nel mondo di oggi si sente più la mancanza di operatori di carità oppure di narratori di carità?
Il mondo si regge sugli operatori di carità, di qualunque fede e convinzione, sulla volontà buona di chi fornisce esempio. I narratori si aggiungono in coda.

In una società “feroce”, in cui al prossimo si riserva nella migliore delle ipotesi indifferenza, nella peggiore sospetto e odio, il racconto della carità può innescare un “giro virtuoso”? Può generare attenzione e benevolenza, cambiando le cose in meglio?
Dalla favola al teatro, al canto, alla leggenda, le civiltà si trasmettono insieme alle tragedie anche il rimedio, il miracolo, la provvidenza, l’esperienza del superstite, del salvatore. Anche nel più spietato individualismo del “si salvi chi può” si conserva il posto d’onore per chi ha sovvertito l’andazzo, dando la precedenza al più debole. Sì, il racconto dell’opera gratuita, spontanea, disseta in tempo di siccità.

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