Il direttore di Caritas ambrosiana interviene al dibattito “Il diritto alla libertà religiosa” che si terrà a Milano il 14 maggio alle 14 promosso da “Avvocati per niente”

di Luisa BOVE

Davanzo

Non tutti i diritti sembrano uguali. Quello della libertà religiosa è diventato spesso terreno di scontro non solo tra i cittadini, ma anche tra enti locali e istituzioni. Eppure il diritto a esercitare la libertà di culto, sancito dalla Costituzione, non si può dare per scontato. Anzi, diventa importante parlarne «perché abbiamo una legge regionale che per ostacolare la nascita di luoghi di cultura sta mettendo in difficoltà tutte le confessioni religiose», dice don Roberto Davanzo, direttore di Caritas ambrosiana. In effetto la famosa legge anti-moschee approvata nel febbraio scorso, è ora al vaglio della Corte costituzionale, dopo che il governo Renzi l’ha impugnata.

Nei prossimi giorni anche lei interverrà in un dibattito pubblico…

Sì. Ci sembrava opportuno richiamare questo diritto, anche se poi è da tradurre con realizzazioni che tengano conto degli interlocutori e dei finanziatori dei luoghi di culto. Occorre però ricordare che non si tratta di una generosa concessione, ma della necessità di rispettare la legge. Come cristiani abbiamo una responsabilità che ci viene dalla “Dignitatis humanae” sulla libertà religiosa che è l’ultimo documento del Concilio Vaticano II prima della sua conclusione l’8 dicembre 1965. E poi abbiamo dei doveri anche come cittadini della Repubblica italiana.   

Il bando del Comune di Milano aperto alle diverse confessioni per la realizzazioni di luoghi di culta sembra un bel segnale, nonostante le immancabili critiche…

Si può criticare finché si vuole, ma qui il problema è trovare le modalità intelligenti, i criteri di buon senso e la garanzia di sicurezza per la cittadinanza (come peraltro ha richiamato più volte il cardinale Scola) per poter attuare dei principi che la Costituzione sancisce. Non è possibile opporsi alla Carta costituzionale. Il giudizio va dato al buon senso con cui un bando – in questo caso del Comune di Milano – tenta, da un lato, di tradurre un principio e, dall’altro, di garantire la sicurezza dei cittadini. 

Certo in passato non c’erano questi problemi…

Cinquant’anni fa non ci ponevamo questo problema perché era scarsa la presenza in Italia di persone portatrici di un’altra tradizione religiosa, è chiaro che ora il fenomeno migratorio ci costringe anche a un’attuazione più precisa e più puntuale di questo principio.

Di fronte alla presenza di tanti stranieri e delle minacce dell’Isis sono giustificate le paure dei cittadini?

Le autorità e le forze dell’ordine hanno il dovere di tutelare la nostra sicurezza, ma questo non può avvenire a scapito dell’attuazione di un diritto costituzionale. L’intelligenza dell’amministratore pubblico non è di porre ostacoli all’attuazione di questi principi, ma di permetterli nel rispetto della sicurezza e delle giuste preoccupazioni dei cittadini. 

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