L'ultima fatica letteraria di Pietro Arienti

La validità di un libro la si riconosce dal peso che hanno la ricerca d’archivio e la bibliografia. Lo studio di Pietro Arienti (edito Bellavite – Novembre 2011) si presenta da solo: 512 pagine, 38 archivi consultati, più di 100 libri letti e numerose interviste effettuate. Il libro, inoltre, è correlato da dati statistici e soprattutto sono riportati preziosi indici per paese e per nome che facilitano la ricerca. E per il pur breve periodo preso in considerazione, dal 1943 al 1945, è veramente il massimo.
La ragione della ricerca la danno i numeri: 252 deportati politici, 40 ebrei e 1200 lavoratori coatti.
Possiamo anche farcene un idea più nobile e la risposta la leggiamo nella prefazione di Gianfranco Maris: «Tutti parlano di memoria storica, sempre e comunque anche se poi l’elaborato che viene presentato è un ricordo delle vittime oppure una rievocazione dei fatti, una narrazione delle sofferenze piuttosto che la rappresentazione di una lotta. Tutti dimenticano sempre che i ricordi sono memoria soltanto quando i volti e le sofferenze delle vittime sono coniugati con i fatti, con le loro lotte e con le ragioni delle  lotte, quindi, solo quando sostanzialmente sono memoria e storia».

Il libro si apre con la presentazione delle forze repressive in campo suddivise in SS tedesche ed italiane e le formazioni della Repubblica Sociale Italiana (RSI) che comprendono le Brigate nere, la Ettore Muti, la Guardia Nazionale Repubblicana (GNR), le Forze Armate.
Le SS avevano il loro quartier generale a Milano ed una sede  a Monza con  vari distaccamenti sul territorio brianteo. Meda, nella fattispecie,  era interessata dalla 29 brigata del 2 battaglione dell’81esimo reggimento comandata dal maggiore Paolo Comelli, coadiuvato dal tenente Luigi Ippoliti e dal sergente Flavio Calvo, tutti uccisi in modo differente al termine della guerra. Il primo venne massacrato e finito mentre era ricoverato all’ospedale di Cantù; il secondo fu giustiziato da un plotone di  partigiani ed il terzo fu raggiunto da un colpo di fucile (per fatalità) mentre si recava in bicicletta a Seregno.
A Seveso era sfollato il distretto militare delle Forze Armate. Al riguardo l’autore pone una nota di colore tipicamente italiana: in questi distretti l’organico degli ufficiali era in soprannumero in modo da assicurare a molti lo stipendio mensile.
Sempre a Meda, presso l’attuale biblioteca,  il comandante Francesco Placenti comandava la GNR che aveva sostituito il reparto dei regi carabinieri ritenuti non più affidabili. Mentre il tenente Sandro Limonta era il comandante della Brigata Nera.

Il secondo capitolo elenca i luoghi di detenzione.
Dalle carceri locali (a Meda erano nella sede della GNR) a quelle mandamentali di Desio e Erba, si passava  agli scantinati della Villa Reale a Monza dove si compivano torture ed infine  il carcere di San Vittore a Milano, punto di smistamento dei deportati e luogo per eccellenza di atroci sevizie. Da Milano i detenuti venivano inviati al campo di transito di Fossoli (vicino a Carpi che nel dopoguerra diverrà il primo luogo dove nacque la Nomadelfia di don Zeno Saltini) o di Bolzano –Gries.
Il capitolo dei deportati politici inizia in modo lapidario: “I partigiani combattenti – Furono i primi”. Furono i primi ad essere arrestati, torturati e deportati. Qui l’elenco è interminabile e commovente. Si inizia con i Gruppi di Azione Patriottica  (GAP) braccio armato del Partito Comunista che avevano il compito di porre in atto azioni eclatanti quali l’uccisione del federale Aldo Resega, del questore Camillo Santamaria Nicolini o l’attacco alla casa del fascio di Sesto San Giovanni. Essi pagarono un pegno pesante per le loro azioni.
Seguono i partigiani che operavano all’interno delle fabbriche i quali appena venivano presi la loro destinazione era senza ritorno.
A questo punto l’autore propone una serie di paragrafi denominati da date eventi di retate, rastrellamenti, eccidi.

Nel paragrafo “Meda 17 marzo 1944”, si narra dell’arresto e della deportazione dei medesi Antonio Busnelli, Rinaldo Giorgetti, Vincenzo Meroni. Seguono altri episodi come la retata di Bovisio Masciago, Cesano Maderno, Limbiate e Varedo dove venne preso Vincenzo Pappalettera apprezzato per il suo libro autobiografico “Tu passerai per un camino”; lo smembramento del Comitato di Liberazione di Carate Brianza con il bel ritratto di Augusto Cesana già ricordato da Germano Nobili nel suo libro sulla città natia; i 16 giovani arrestati dalla Brigata Nera di Seregno e trasferiti a San Vittore. E poi ancora i ribelli di san Fruttuoso (Monza); le vicissitudini dei brigatisti della 119 Garibaldi di stanza a Meda: Agostino Bellani, Pierino Colombo, Francesco Gioia, Angelo Piazza; le donne, gli oppositori politici, gli operai delle industrie metallurgiche di Lecco e della Innocenti di Lambrate; la fine dei deportati socialisti di Monza al poligono di tiro di Cibeno (Carpi).

Nel capitolo a seguire Arienti esamina le cause della deportazione.

Con la costituzione dell’Esercito Repubblicano nell’ottobre del 1943 il ministro per la Guerra Graziani si adoperò per il reclutamento. Dei 180mila soldati attesi delle classi tra il 1918-1926 (primo quadrimestre) se ne presentarono 100mila. Scattarono a questo punto i provvedimenti. Rastrellamenti nei paesi, deportazione dei renitenti, ritorsioni sulle famiglie ed anche qui la lista dei deportati è corposa.

Scioccante il capitolo dedicato alla Shoah: dalle leggi razziali del 1938 alla morte nei lager. La requisizione per mano dello Stato e dei Comuni dei beni di privati cittadini che avevano il torto di professare la religione ebraica era accompagnata da delazioni, ingordigie, ruberie, privazioni. Drammatica la situazione di questa gente, da un momento all’altro la loro vita valeva meno di niente. Ben 40 Ebrei furono deportati, molti altri trovarono rifugio in Svizzera e in casa di persone semplici e coraggiose. Se il podestà di Erba ha dato il peggio, il commissario prefettizio di Meda si è fatto onore. Mi spiace che tra queste pagine non si è trovato lo spazio per narrare fatti inerenti la  città di Meda, ma  certamente Pietro Arienti avrà modo di riproporle in un’altra occasione. La commozione che si prova leggendo questo capitolo è tale che si fa fatica a credere fino a che punto della barbarie l’uomo si è spinto.

Capitolo innovativo è quello dei lavoratori coatti.
Un argomento mai affrontato in modo esauriente e che l’autore ha saputo ben presentare in tutta la sua vastità. Si quantifica a 1200 gli operai trasferiti in Germania a lavorare sia nelle industrie pesanti, sia nei giacimenti minerari, oppure nelle fattorie o in casa come aiutanti. Essendo gli uomini tedeschi impegnati al fronte si avviò un massiccio reclutamento di forze in tutta l’Europa. Secondo il GBA, l’organismo creato per questo scopo, l’Italia avrebbe dovuto offrire 1 milione e mezzo di operai. Inizialmente si favorì il reclutamento attraverso una campagna propagandistica, poi però si passò a svuotare le carceri, si arrivò ai mezzi coercitivi e sbrigativi come rastrellamenti, arresti nelle fabbriche. Un’illusione che svanì presto. Le rimesse non arrivano, la svalutazione dimezzò il valore pecuniario e il governo per impedire tumulti e la fame decise di anticipare una parte dei soldi.

A.F.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    

 

 

 

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