Nella visita nella II Zona pastorale il cardinale Scola ha sottolineato il valore della testimonianza

di Annamaria BRACCINI

Cardinale Scola_Varese

Un abbraccio forte corale, che lo stesso Arcivescovo sente e definisce «fraterno». È quello che circonda il cardinale Angelo Scola mentre compie a Varese la sua seconda visita nelle Zone Pastorali. Dopo gli incontri con i sacerdoti, i diaconi, i superiori e i seminaristi a Venegono, la celebrazione eucaristica nella basilica di San Vittore e il dialogo con i membri dei Consigli pastorali e affari economici al Palazzetto dello Sport suggellano una giornata intensissima in «quella terra di grande tradizione cristiana» e «città operosa», che è appunto Varese.

Dentro e fuori la Basilica, la gente – più di un migliaio i fedeli, sulla piazza è collegato un maxischermo – si affolla. Il clima è delle grandi occasioni: le autorità locali, con il sindaco Attilio Fontana, sono in prima fila, di fronte al Cardinale che presiede l’eucaristia accanto a sessanta concelebranti, tra cui il prevosto di Varese, monsignor Donnini. Monsignor Luigi Stucchi, vescovo ausiliare e vicario della Zona II, introduce la celebrazione. Su tutto, la bellezza della chiesa, i canti, la liturgia solenne si staglia l’immagine del Signore, «al centro del cosmo e di tutta la famiglia umana». Una «famiglia» che pure deve «ripartire dalle radici della fede», perché «anche in una terra di grande tradizione cristiana», «tanti battezzati sono smemorati».

D’altra parte, è evidente che le nostre terre siano cambiate rispetto al passato. Anche qui, «come in tutte le società è entrata una configurazione plurale dove molte e diverse visioni della vita si incontrano e si scontrano». E, ancora, «il tempo è di travaglio».

La sfida, tuttavia, è sempre la stessa, urgente e impegnativa: dare una risposta da credenti e testimoni: «Come fedeli, pensiamo davvero che Gesù è il principio e fine della nostra vita, della storia dell’uomo e del cosmo?», si chiede l’Arcivescovo.

In queste zone di prosperità buona, la sua è comunque una visione di speranza: «L’azione eucaristica esca da questo tempio oggi tanto frequentato ed entri nelle nostre famiglie, entri nelle relazioni tra sposo e sposa, nell’educazione dei nostri figli. Si manifesti nella magnanimità nell’accogliere chi viene da noi». «Siete qui ad accompagnarmi, a darmi una mano», dice ancora.

Infine l’incontro con gli operatori pastorali, che pare la concretizzazione immediata dell’ascolto delle tante realtà e associazioni che l’Arcivescovo aveva chiesto nell’omelia: l’appello al Palazzetto dello Sport, è, infatti, quello a una fattiva comunione. «Siamo chiamati – sottolinea il Pastore – alla sequela comunitaria di Cristo che si è giocato per noi, si è calato nella storia, che è compagnia al quotidiano dell’uomo». Insomma, suggerisce con chiarezza, occorre testimoniare con i nostri comportamenti, in tutti i luoghi e i momenti nei quali siamo chiamati a vivere e a lavorare, la bellezza di essere con Lui e di Lui. «Qui sta il cuore della vicenda: Cristo, il dono grande del Padre alla famiglia umana – la via alla verità e alla vita, come scrive Agostino -, diventa così la roccia su cui costruire la nostra certezza personale e l’esistenza di tutta la Chiesa».

Chiare, allora, anche le ricadute molto concrete nell’emergenza educativa. «Tutti parlano di valori, di diritti, ma, la di là delle parole, educare non è farne l’elenco, ma farne l’esperienza». «Educa non colui che dice “si fa così”, ma “fa con me così”. Questo è il testimone», conclude il Cardinale citando Deleuze.

 

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