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Redazione Diocesi

Seconda giornata di lavori al Convegno missionario nazionale di Montesilvano, incentrata sull’ascolto delle esperienze di chiesa nei diversi continenti.

La sintesi della mattinata
Il convegno missionario nazionale questa mattina si è fatto in quattro. Potremmo dire che oggi infatti è il giorno dell’ascolto. Ascolto delle esperienze di chiesa in Asia, in Africa, in America Latina e in Europa. E proprio perché l’ascolto non fosse solo passeggero, il convegno è stato di fatto diviso in quattro tavole rotonde dedicate ciascuno ad un continente (l’Asia è stata divisa in Asia-Medio Oriente e Asia-Oceania). Le tavole rotonde, svoltesi contemporaneamente, hanno visto protagonisti vescovi, missionari, preti e laici

Africa
E’ la tavola rotonda che ha registrato più presenze. Centrale la relazione di mons. Monswengo Pasyna, della Rep. Dem. del Congo, che ha parlato con passione della chiesa africana come «chiesa famiglia». Una chiesa famiglia che è speranza per tutto il continente proprio perché può permettere di superare le «divisioni etniche, culturali», in quanto fondata su Gesù Cristo, che ci rende fratelli e sorelle. Mons. Monswengo ha parlato di una chiesa che deve cercare «l’unità, la comunione, la comunicazione e la relazione». L’impegno della chiesa africana, la lasciato intendere il vescovo congolese, è proprio di raccogliere la sfida di essere autenticamente chiesa famiglia, in cui regni la comunione. E solo così potrà essere segno e seme di pace in un continente martoriato da guerre.

Asia Medio Oriente
Di pace si è parlato naturalmente anche nella tavola rotonda su Asia-Medioriente. «Abbattiamo i muri di separazione», ha detto mons. Giacinto Bulos Marcuzzo, vescovo in Terra Santa, «è il nostro motto. Non l’abbiamo però adottato adesso che è in costruzione il muro che dividerà Israele dalla Palestina, ma ben quattro anni fa. Come chiese cattoliche della Terra Santa, infatti, ci siamo rese conto che il nostro compito è di contribuire a far sì che le persone si ritrovino ad essere fratelli pur rispettando le differenze». «Spesso ci chiediamo», ha aggiunto, «che cosa farebbe Gesù se vivesse oggi in Terra Santa. Siamo convinti che lavorerebbe per abbattere tutti i muri che creano diffidenza».

Asia Oceania
Particolarmente intensa la testimonianza di un sacerdote cinese, più volte incarcerato. Della sua prigionia ha raccontato la durezza, il senso di smarrimento dei primi mesi di detenzione, la mancanza di qualsiasi contatto con l’esterno. E soprattutto l’impossibilità di accostarsi all’eucaristia, fino a quando qualcuno è riuscito a fargli arrivare un po’ di vino: «Probabilmente è stata la liturgia più semplice del mondo. Non c’era altare, non c’era calice, né patena. Soltanto alcune gocce di vino nella mano e un pezzo di pane. Mi venivano le lacrime: il Creatore dell’universo veniva nel mondo e non c’era per lui un luogo, un altare, come per il suo sacrificio sul Golgota». Col passare dei mesi pian piano questo piccolo prete cinese è riuscito a coinvolgere nelle meditazioni anche i suoi compagni di cella, alcuni dei semplici criminali. Tanto che ben presto anche le guardie si sono rese conto dello strano clima che regnava in quella cella: «La cosa più bella», ha concluso, «era che molti funzionari e criminali cominciavano a comprendere la Chiesa e a comprendere il Vangelo di Cristo».

America Latina
Animato e particolarmente acceso il dibatito nella tavola rotonda dedicata all’America Latina. Mons. Franco Masserdotti, vescovo di Balsas in Brasile, ha concluso l’intervento paragonando il missionario «all’ape, che va di fiore in fiore, ne prende il nettare ma andando poi nell’altro fiore porta il polline e permette l’impollinazione che darà poi frutti che l’ape stessa non vedrà». Dal dibattito è emerso il ritratto di una chiesa vivace, che è capace di inviare missionari in altri continenti, pur continuando a riceverne. E soprattutto però una chiesa capace di grandi spinte profetiche ma allo stesso tempo attraversata, soprattutto negli ultimi tempi, da resistenze, da scelte pastorali che tendono più a conservare l’esistente e a frenare ogni tentativo di inculturare il Vangelo nella realtà latino americana.

Europa dell’Est
Era forse la tavola rotonda meno frequentata, ma non per questo meno ricca di spunti di riflessioni. E soprattutto hanno potuto raccontarsi realtà molto diverse tra loro: si tratta infatti di chiese che vanno dalla vicina Albania al lontano Turkmenistan, dove vi sono solo 200 cattolici immersi in un contesto completamente asiatico. Molti paesi dell’est europa, fra l’altro, sono entrati o stanno entrando nell’Unione Europea e questo può dare l’idea della diversità dei mondi che si sono raccontati in questa tavola rotonda. Una delle grandi sfide delle Chiesa cattoliche nell’est europa è quella di rielaborare il proprio modo di essere, di “aggiornare” il proprio modo di trasmettere la fede. Anni di isolamento, durante i regimi comunisti, hanno impedito ai cristiani di rinnovare la propria fede. Oggi i cattolici che partecipano alla vita della chiesa sono sempre di meno. L’altra grande sfida, inoltre, è quella del rapporto con la chiesa ortodossa

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