Venerdì 6 ottobre, all'interno di uno dei bracci del carcere, presenti, oltre ai consiglieri comunali, al sindaco e parte della giunta, anche molti volontari insieme ad un pubblico di una quarantina di detenuti, tra uomini e donne, che hanno seguito con estrema attenzione la seduta. L'occasione dell'assemblea è stata l'istituzione della nuova figura del Garante dei detenuti.

di Claudio URBANO

Non sono, solo, i soldi, non sono solo le strutture. Ciò che veramente serve è l’esternalizzazione della pena. Si potrebbe riassumere così il pensiero espresso da tutti quanti hanno partecipato ad un evento a suo modo straordinario, la seduta del Consiglio comunale di Milano che si è tenuta nel pomeriggio di venerdì 6 ottobre proprio all’interno di uno dei bracci del carcere di San Vittore. Presenti, oltre ai consiglieri comunali, al sindaco e parte della giunta, anche molti dei volontari delle associazioni che operano negli istituti di pena milanesi, insieme ad un pubblico di una quarantina di detenuti, tra uomini e donne, che hanno seguito con estrema attenzione la seduta.

L’occasione dell’assemblea è stata l’istituzione del Garante dei detenuti per le case di pena milanesi, che oggi contano circa 4500 detenuti su una capienza di 1700 posti. La situazione drammatica delle carceri italiane è fotografata anche da altri dati: 94 le persone morte in carcere nei primi sei mesi dell’anno, di cui 37 i suicidi, ha ricordato il consigliere Pdl Matteo Forte.

Una figura, quella del Garante, che grazie alla sua terzietà avrà il compito specifico di monitorare costantemente la condizione dei luoghi di reclusione, raccogliendo anche le segnalazioni di presunte violazioni dei diritti dei detenuti. A fianco di questa funzione interna al carcere, il Garante potrà diventare una figura preziosa per favorire la collaborazione con il mondo esterno, così da aumentare sempre più le possibilità  di scontare la pena al di fuori del carcere stesso. In parlamento sono diversi i disegni di legge che giacciono in Parlamento sull’istituzione di questa figura, ma l’Italia non ha ancora un’autorità a livello nazionale. Così diverse città ne hanno istituito uno con competenza territoriale, e Milano si aggiunge alla trentina di enti, tra regioni, province e comuni, che lo hanno già istituito.

Unanime il giudizio dei presenti, anche perché, come ha dimostrato la giornata di venerdì, tra chi vive dall’interno la realtà carceraria (magistrati, funzionari, agenti, gli stessi detenuti) la consapevolezza dei problemi e della strada per risolverli è la stessa.

A sottolineare la necessità di interazione tra il carcere e la città ci ha pensato il vicedirettore nazionale dell’amministrazione penitenziaria, Luigi Pagano, nel capoluogo ambrosiano ha trascorso  molti anni di lavoro. «Quando sono arrivato qui San Vittore era come un quartiere di Milano», ha ricordato. Una vicinanza tra il carcere e la città che deve rafforzarsi, perché «il carcere è un servizio pubblico, non una discarica sociale». Il problema è quindi avere gli strumenti per poter lavorare al reinserimento dei condannati nella società. Un lavoro, ha sottolineato Pagano, per il quale è assolutamente necessario il rapporto qualificato dell’esterno, dal Comune, alla Asl, alle altre realtà del territorio. Anche perché, come mostrano i relativi dati, il tasso di reiterazione del reato è di meno di un quinto tra chi ha scontato la pena all’esterno del carcere, attraverso un’attività lavorativa, mentre sale al 65% tra gli altri.

La sostanziale unità di vedute ha portato anche i detenuti a toni di speranza: «Sentiamo che è arrivato il tempo per cambiare le cose, che sia possibile arrivare a un carcere più aperto», si è augurato Antonio Iannello, che ha parlato a nome dei reclusi.

Diversi in questo senso i riferimenti alla Costituzione, e all’insegnamento in quella fiducia nell’uomo che molte volte era stata indicata anche dal cardinale Carlo Maria Martini. «La politica deve contrastare il desiderio spesso diffuso che una pena umiliante sia più soddisfacente», ha ammonito il consigliere del Pd David Gentili, ricordando nel suo discorso l’allora arcivescovo di Milano.

Ad altri rappresentanti politici il compito di ribadire la necessità di non allontanare il tema del carcere dai problemi della città e dei cittadini, nonostante la difficoltà dell’attuale crisi economica possa portare alla facile obiezione che siano da affrontare altre priorità: «La politica ha il compito di evitare ogni cinismo: il carcere è una questione di tutti, sì di diritti ma anche di coesione sociale», ha spiegato Lamberto Bertolè, il consigliere estensore della delibera sul Garante.

Tra tanti discorsi rivolti sì al pubblico di San Vittore, ma soprattutto alla città, c’è anche chi, con un velo di commozione, ha voluto parlare direttamente ai detenuti. Mirko Mazzali, consigliere di Sel e avvocato penalista, ha riassunto con un’immagine il suo percorso, simile a quello di molti nel desiderio di una società più giusta: «Quando ero giovane mi battevo per una società senza carcere. Oggi forse sono diventato più saggio, ma mi accontenterei di un carcere più umano». Dopo l’appello ai sentimenti anche un avvertimento: «Ai detenuti non si deve promettere quello che si sa di non poter mantenere». Due impegni concreti, in effetti, sono arrivati. Nel 2013 partiranno i lavori di ristrutturazione del quarto raggio di San Vittore, uno dei due bracci ora chiusi, con il conseguente sovraffollamento della struttura. Anche se la loro durata dipende dalla disponibilità dei soldi che verranno stanziati. Inoltre una parte delle commesse comunali verrà destinata alle cooperative in cui lavorano i detenuti delle carceri milanesi.

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