Il coinvolgimento personale ha colpito i reclusi del carcere di Bollate in occasione della Messa natalizia celebrata dall’Arcivescovo. Il cappellano don Fabio Fossati: «Il carcere è chiamato a rendere possibili nuove relazioni e anche ad approfondire quella nella fede»

di Annamaria BRACCINI

Don Fabio Fossati

«Un bel segno, atteso, una presenza gradita che, realizzandosi, ha reso felici gli ospiti, anche perché l’Arcivescovo non era mai venuto tra noi». Don Fabio Fossati che, con don Antonio Sfondrini svolge il suo ministero di cappellano nella Casa di reclusione di Bollate, definisce così il senso complessivo della visita del cardinale Scola nel penitenziario, dove l’Arcivescovo ha celebrato, il 23 dicembre scorso, la Messa natalizia, intrattenendosi poi in un prolungato dialogo con i reclusi. E proprio sul confronto tra le sei domande espresse da altrettanti detenuti e le risposte del Cardinale, si sofferma don Fossati: «L’attenzione, la disponibilità, la partecipazione umana dimostrate nel dialogo, hanno particolarmente colpito i presenti. Abbiamo apprezzato che l’Arcivescovo si sia “messo in gioco”- questa è stata la nostra impressione condivisa -, anche attraverso suoi ricordi personali, creando così un clima ricco di umanità».

L’Arcivescovo ha richiamato con forza la necessità di coltivare le relazioni anche nella reclusione, per superare inevitabili solitudini e difficoltà contingenti quali il rapporto tra diverse etnie e tradizioni presenti anche a Bollate. Come è stata interpretata questa sollecitazione?
Bollate è un carcere e rimane tale; anche se le condizioni qui sono migliori che altrove, non lo si può dimenticare. In questo contesto oggettivo, la sottolineatura della cura delle relazioni è fondamentale. Lo vediamo noi come cappellani, ne sono consapevoli gli operatori e i volontari, ma soprattutto i nostri ospiti, che vivono la fine di relazioni normali con il mondo circostante. In termini rieducativi, si tratta di un passaggio molto delicato perché, se si perde il contatto, tutto diventa più difficile, a partire proprio dal recupero individuale. Che Scola abbia indicato il rapporto umano come fondamentale ci è parso molto importante, anche perché un atteggiamento simile permette la valorizzazione non solo del presente e del futuro di chi vive lunghi periodi di detenzione – a Bollate le condanne sono tutte definitive e assommano mediamente a pene medio-lunghe -, ma può favorire un ripensamento sulle relazioni passate che magari hanno portato a sbagliare. Ritengo che, se c’è un compito che il carcere è chiamato ad assolvere, sia proprio il rendere possibili nuove relazioni. Occorre, inoltre, richiamare che, per alcuni, l’auspicio del Cardinale ha avuto anche il significato di tornare ad approfondire la relazione nella fede: quella primaria con Dio.

C’è una reazione, a livello di singoli, che le è rimasta impressa nei suoi colloqui successivi all’incontro?
Direi che in molti ho riscontrato soddisfazione e il desiderio che non sia stata un’occasione sporadica. Certamente le questioni dell’ergastolo su cui il Cardinale si è detto d’accordo con papa Francesco – che l’ha definito una condanna a morte mascherata – o del reinserimento lavorativo sono stati dati centrali e che hanno toccato la sensibilità di tanti, ma è il coinvolgimento dell’Arcivescovo nel dire tutto questo, che ha convinto ancora di più i reclusi a sperare che possa tornare a parlare con loro, magari anche in modo più familiare e meno istituzionale.

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