Monsignor Luigi Manganini, vicepresidente della Commissione arcivescovile per la pastorale d’insieme e le nuove figure di ministerialità, illustra l’intenso lavoro condotto in questi anni

di Stefania CECCHETTI

Monsignor Luigi Manganini

Tra i cantieri aperti in Diocesi che, per volontà dell’Arcivescovo, sono stati in questi mesi sottoposti a verifica, c’è anche quello relativo alle Comunità pastorali. Una realtà vasta, che interessa 470 parrocchie ambrosiane e che ha avuto la sua genesi durante l’episcopato del cardinale Tettamanzi, che ne parlò per la prima vol-ta durante la Messa crismale del 2006.

La Commissione arcivescovile per la pastorale d’insieme e le nuove figure di ministerialità, istituita per monitorare questo processo pastorale, si è trovata in questi mesi a fare un intenso lavoro, riflettendo a fondo sul vissuto delle Comunità pastorali presenti in Diocesi e redigendo un ampio documento con relativo questionario che è stato sottoposto all’esame del Consiglio episcopale e del Consiglio pastorale diocesano. A seguito di queste prime verifiche, la Commissione ha redatto un Documento di sintesi che è stato discusso in Consiglio presbiterale e nell’Assemblea dei decani. Questo documento e i verbali di questi organismi sono stati consegnati all’Arcivescovo per le ultime sue decisioni.

«Il documento – spiega monsignor Luigi Manganini, vicepresidente della Commissione – si compone di due parti: una prima rende conto dei punti fermi che richiedono una più convinta presa di coscienza e una seconda che invece evidenzia ruoli e ambiti istituzionali che necessitano chiarimenti, precisazioni e indicazioni».

Ne emerge come il modello di Co-munità pastorale sia indiscutibilmente ritenuto dalla Chiesa di Milano conveniente per interpretare la missione evangelizzatrice della Chiesa nel nostro tempo. «Ciò non significa – precisa mons. Manganini – che questo modello sia l’unica forma che traduce l’esigenza indiscutibile della pastorale d’insieme nella nostra Chiesa. Accanto alle Comunità pastorali, infatti, abbiamo le Unità pastorali e le singole parrocchie. Non è quindi da ritenersi che le Comunità pastorali siano l’unico modello di pastorale d’insieme da attuare dovunque; esse vanno pensate, progettate, attuate e verificate laddove appaiano la più opportuna forma di evangelizzazione rispetto ad altre e quindi possono più efficacemente assicurare un vero cammino di conversione e una effettiva esperienza di comunione, in vista della missione».

A ogni situazione, il suo modello di pastorale. Fermo restando, precisa ancora Manganini, che «il concetto di pastorale di insieme deve riguardare tutti, anche le singole parrocchie, che lo attueranno secondo modalità pro-prie, nel contesto decanale, necessario riferimento per tutte le realtà del territorio». Le Comunità pastorali sono dunque un modello dinamico, che può essere applicato in forme diverse a seconda delle situazioni. «Un conto è una Comunità pastorale in città, un conto è in una valle di montagna – fa notare mons. Manganini -. La scelta e la verifica sulla forma più idonea compete agli organismi centrali e periferici della Diocesi e deve essere certamente frutto di una responsabilità collegiale e sinodale, secondo procedure che andranno precisate, ma che vedranno coinvolti sicuramente il vicario pastorale di zona e le comunità parrocchiali potenzialmente interessate. Questa modalità assicura un servizio oggettivo al bene pastorale della gente e mette fuori gioco soggettivismi individuali e interpretazioni che sfigurano il vero volto di una Comunità pastorale».

Venendo infine ai ruoli e agli ambiti istituzionali che necessitano chiarimenti, mons. Manganini ne sottolinea alcuni: «La Comunità pastorale non è una macro-parrocchia: è necessario che ciascuna parrocchia conservi la propria identità e le tradizioni valide in ordine alla comunione e alla missione. In questo senso è importante che il parroco, responsabile della comunità, riconosca e promuova l’identità presbiterale dei confratelli vicari residenti nelle singole parrocchie cosicché questi possano serena-mente fare un’esperienza di paternità nei rapporti con una comunità o ambito concretamente i-dentificabili».

E ancora: «Va precisato meglio il rapporto tra il Consiglio pastorale di comunità e il cosiddetto “direttivo”, una realtà -quest’ultima – composta da preti, consacrati e laici che sono impegnati a tempo pieno nella Comunità pastorale. Inoltre, molti consiglieri e decani hanno chiesto di ampliare la presenza dei laici nei direttivi: attualmente sono solo 23 in tutta la Diocesi. Più ampiamente, anche nelle comunità pastorali la presenza e la corresponsabilità dei laici devono essere promosse, ricono-sciute, rispettate, incoraggiate, in un contesto di vera comunione e di riconoscimento dei carismi».

Da ultimo, mons. Manganini sottolinea la necessità che nel Consiglio pastorale di comunità, accanto ai rappresentanti delle parrocchie siano presenti tutte le spiritualità presenti sul territorio (movimenti, associazioni, confraternite) e che, fin dove è possibile, nelle singole parrocchie abiti stabilmente un prete o un’altra figura pastorale, comunque convinti a partecipare a frequenti momenti comunitari e convertiti a un effettivo lavoro d’insieme.

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