Chiara Giaccardi

Chiara Giaccardi

1) Nella società della comunicazione, paradossalmente la comunicazione è un problema: le possibilità aumentano, ma la sua realtà sembra diminuire; le parole rischiano l’insignificanza, ma anche i gesti non sono privi di ambiguità. Come rigenerare allora, oggi, quella capacità di comunicare che così profondamente ci costituisce, dato che l’essere umano è essere-in-relazione? Il messaggio per la 48a Giornata Mondiale per le Comunicazioni Sociali ci indica una via: quella dell’incontro.

2) Nella comunicazione di Papa Francesco, oramai lo sappiamo, i gesti sono eloquenti, e le parole sono programmi di azione.

Non si tratta quindi di sostituire il gesto alla parola, di passare dalle parole ai fatti, di sostituire alle belle parole i bei gesti. Sia le parole che i gesti possono essere di per sé ambivalenti, strumentali, violenti sotto le apparenze.

Parole e gesti comunicano pienamente quando si illuminano a vicenda, quando si incontrano d avvero; e soprattutto quando tendono nella stessa direzione: la costruzione di prossimità.

3) ‘Incontro’ è una delle ‘parole programmatiche’ delle parole-gesto più presenti nella Evangelii gaudium. Essa ci attrezza anche al dialogo con la cultura contemporanea, proponendo il modello dell’apertura, dell’uscita da sé, dell’andare verso l’altro, della gratitudine e della comunione come luogo della bellezza e della pienezza dell’umano, al posto di quelli dell’autonomia, dell’autosufficienza, dell’autoreferenzialità, dell’individualismo, dell’io idolo di se stesso, così diffusi e così incapaci di realizzare le loro promesse di felicità e libertà.

L’incontro è sempre incontro di altri e di altro. È sempre un’uscita da sé per far spazio ad altri. È il contrario dell’autoreferenzialità.

L’incontro dice la natura relazionale dell’essere umano: ‘la persona vive sempre relazione. Viene d a altri, appartiene ad altri, la sua vita si fa più grande nell’incontro con altri’ (LF 38).

4) A partire da questa dimensione fondamentale dell’umano, Papa Francesco ci offre almeno tre indicazioni chiare per interpretare/abitare il mondo contemporaneo, dove i media, in particolare quelli digitali, sono così pervasivamente presenti; per aiutarci, ci presenta poi un’icona sintetica del c ristiano comunicatore, da meditare e dalla quale lasciarsi guidare.

Le tre indicazioni:

– Innanzitutto ‘la comunicazione è in definitiva una conquista umana più che tecnologica‘. La tecnologia può facilitare od ostacolare, ma non ci determina. Il tecnologico agevola la connessione (riduce le distanze) ma non crea di per sé comunione e prossimità: la libertà, l’iniziativa, la disponibilità a entrare nella reciprocità dell’incontro ne sono condizioni indispensabili.

Se il primato ė dell’antropologico sul tecnologico, ogni determinismo è da rifiutare: la rete non ci rende più socievoli, né più soli. Non usiamola quindi come alibi o come capro espiatorio di responsabilità che sono invece nostre.

– Secondo: ‘capire la comunicazione in termini di prossimità‘: dire che la comunicazione non è prima di tutto trasmissione di contenuti, ma riduzione di distanze è una piccola rivoluzione copernicana rispetto al senso comune. Non sono le strategie, il marketing, gli effetti speciali che fanno la comunicazione. È superare ciò che ci divide, far crescere ciò che ci è comune (communis); è farsi reciprocamente dono di sé (cum-munus).

Comprendere la comunicazione come prossimità, e non come trasmissione (che può avvenire più tranquillamente a distanza) ha profonde implicazioni anche su educazione, formazione, istruzione, catechesi.

Ma riduzione delle distanze non è semplice accessibilità: non basta ‘vedere’ per sentirsi prossimi. Nel villaggio globale è facile sentirsi appagati della ‘retorica della pietà a distanza’. È solo fermandosi, facendosi carico, prendendosi cura che ci si fa prossimi. Lasciandosi interpellare, commuovere, toccare il cuore fino a modificare i nostri progetti per abbracciare l’altro che ci chiama. E risvegliare così la nostra umanità: l’incontro, la prossimità, l’ospitalità sono infatti parole di reciprocità, dove dare e ricevere sono inseparabili: incontrando il volto dell’altro posso riconoscere il mio volto più umano.

– Terzo: quando la parola e la vita sono in sintonia profonda, perché il cuore si ė lasciato toccare e trasformare dall’incontro (la fede nasce sempre da un incontro, EG 7), il comunicatore è autorevole. La testimonianza, ovvero la parola incarnata, porta calore e bellezza su tutte le strade, anche quelle digitali.

Un messaggio che non scaturisce da noi, se non nel senso che ne siamo stati ‘fecondati’; né è mosso da un dover essere, bensì da una bellezza e una gioia grandi che non possiamo tenere per noi: essere cristiani ė condividere. E in questo, la logica del web è più un aiuto che un ostacolo.

Il fatto, poi, che in rete il corpo non c’è, non produce per forza disincarnazione delle relazioni. Se siamo capaci di accarezzare, siamo capaci anche di ‘carezze digitali’.

5) E infine qualche riflessione a partire dal buon samaritano, che per il Papa ‘è anche una parabola del comunicatore’: chi comunica, infatti, si fa prossimo.

– innanzitutto il samaritano non è un ‘tecnico’, uno specialista: tra chi lo ha preceduto sulla strada, era forse il meno ‘titolato’ a esercitare una funzione. Tuttavia, si sa che nel vangelo sono proprio i samaritani (considerati stranieri e nemici) che spesso Gesù porta a esempio. Chi conosce il dovere, le regole, le leggi non necessariamente agisce di conseguenza. Non bastano il sapere, o il prestigio sociale, a renderci capaci di comunicare, tantomeno umani: un monito per la ‘chiesa dei funzionari’, ma anche per i giornalisti (e gli intellettuali) e il loro mondo non certo immune dall’autoreferenzialità.

– Il sacerdote e il levita hanno mancato l’incontro. Hanno contribuito alla ‘globalizzazione dell’indifferenza’. Non fermarsi era, certo, un loro ‘diritto’. C’è sempre una ‘buona ragione’, un alibi per passare oltre: le nostre urgenze, i nostri doveri. Forse il sacerdote doveva correre al tempio per celebrare una funzione. Non fermandosi ha magari onorato il suo ruolo, ma non la sua umanità.

Si può essere vicini, ma disconnessi. Si può parlare in un modo e agire in un altro. Non sono certo online offline che frammentano le nostre vite!

– prendersi cura dell’altro vuol dire trasmettergli con la sollecitudine il messaggio ‘sono con te’, prima ancora che dirgli qualcosa con le parole. Significa praticare l’eccedenza e il ‘di più’ della gratuità, liberi dal rapporto costi-benefici, e a volte anche dal ‘buon senso’; significa essere disposti a mettere tutto quello di cui si dispone (il cavallo, l’olio e il vino, le monete per l’oste).

Solo così si potranno, con credibilità, mobilitare anche altri (l’oste) in una catena di solidarietà. Perché non siamo, né vogliamo essere, onnipotenti!

– i giornalisti (ma anche gli accademici, spesso accostati da Papa Francesco nella EG) devono decidere da che parte stare: il mondo è ferito e si può mostrare per ‘diritto di cronaca’ queste ferite con pretesa di neutralità, di obiettività, passando subito oltre.

O, peggio, possono essere i briganti che malmenano la realtà, la distorcono, non si curano delle conseguenze delle loro azioni e delle loro parole pur di trarre un vantaggio personale.

Oppure possono essere il samaritano, che guarda con benevolenza il ferito, lo accarezza, cerca di aiutarlo come può, e mette in moto altri, una catena contagiosa, sulla base della propria testimonianza.

– prendersi cura delle ferite dell’altro vuol dire anche curare se stessi (tutti siamo feriti e prestando attenzione all’umano coltiviamo la nostra umanità): incontrare è verbo di reciprocità, come ospitare. Non c’ė elargizione magnanima, ma circuito vitale di dare e ricevere. Cura viene da ‘cor urat‘, scalda il cuore. Stando insieme, tutti si scaldano. Ciascuno prende e da, dona e riceve. Trasformando l’altro in prossimo non siamo ‘buoni’: siamo vivi.

– Vedere e agire troppo spesso sono separati. È il cuore, che si lascia toccare, a riconnetterli e a restituirci la pienezza della nostra umanità. Il samaritano è l’uomo intero, prima di tutto: vedendo, agisce. E la sua azione è la risposta a una chiamata, non mero volontarismo.

È la compassione che converte, che cambia. L’incontro è un ‘inizio vivo’, come lo chiama Guardini. Un seme, un’occasione di pienezza dalla quale lasciarsi coinvolgere; una ‘partecipazione vitale’ all’amore di Gesù per noi: ‘così egli ama anche sospinto dal suo amore, e partecipa così a una pienezza di cuore che oltrepassa le possibilità pienamente umane’ (Guardini).

– Solo l’uomo intero è veramente libero: dalle classificazioni sociali (amico/nemico), dagli stereotipi. Libero di far essere la suprema forma di vicinanza laddove l’obiettività dei fatti e la forza delle convenzioni traccerebbero un confine invalicabile: un samaritano che soccorre un giudeo sarebbe, oggi, come un palestinese che soccorre un israeliano. Ci vuole grande libertà per un gesto come questo.

– La libertà che si lascia coinvolgere non è quella dell’eroe, ma è la libertà della tenerezza, che si prende cura e ‘ripara’ anche ciò che altri hanno ferito. Una libertà per l’altro e con l’altro; una libertà eccedente, con ‘olio per le ferite e vino per l’allegria’; e con il profumo della grazia.

Un’immagine che si lascia illuminare dalle parole della Evangelii gaudium (87): ‘Oggi, quando le reti e gli strumenti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi, sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio. In questo modo, le maggiori possibilità di comunicazione si tradurranno in maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti. Se potessimo seguire questa strada, sarebbe una cosa tanto buona, tanto risanatrice, tanto liberatrice, tanto generatrice di speranza!’

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