Don Giovanni Castiglioni, parroco della Beata Vergine Addolorata in San Siro, sottolinea il significato della Messa di Pentecoste celebrata dall’Arcivescovo nel contesto della Festa delle Genti

di Cristina CONTI

Don Giovanni Castiglioni

Domenica 8 giugno alle 11.30 il cardinale Angelo Scola presiederà la messa di Pentecoste nella chiesa della Beata Vergine Addolorata in San Siro. La celebrazione è il momento centrale della Festa delle Genti, che nelle ultime settimane ha animato il Decanato San Siro. Alla celebrazione seguirà il pranzo comunitario, poi un momento di animazione e condivisione che prevede anche la premiazione del Concorso “Immicreando”. Una giornata che vede protagonisti i diversi popoli, quindi, un’occasione per ciascuno di comunicare qualcosa della propria cultura. Don Giovanni Castiglioni, parroco della Beata Vergine Addolorata in San Siro, sottolinea il significato di questo appuntamento: «È una festa che celebra l’unità nella diversità di carismi e di lingue. Farlo oggi, giorno di Pentecoste, significa vivere un momento di gioia e di allegria in unità, in armonia nella diversità».

Come vi siete preparati a questa Festa?
Abbiamo organizzato alcuni appuntamenti di carattere culturale e spirituale. Tra questi i Rosari in piazza con le comunità di fedeli sudamericani e filippini (l’ultimo dei quali in piazza Velasquez accompagnato da un incontro con don Giancarlo Quadri), una processione dalla chiesa di San Protaso fino a quella della Beata Vergine Addolorata, seguita da una riflessione sull’accoglienza di genti diverse, e un incontro con don Alberto Vitali, nuovo responsabile della Pastorale dei migranti. L’ultima iniziativa, mercoledì scorso, è stata una riflessione con l’islamologo Antonio Cuccinello nella parrocchia di San Giuseppe Calasanzio, sul tema “Gesù e le altre religioni”. Momenti seguiti dalla comunità con attenzione e apprezzamento. Come parrocchia, già in passato eravamo abituati a vivere questa festa insieme: quest’anno, però, sono stati coinvolti il Decanato e la Diocesi e accogliamo con gioia anche la visita del Cardinale. Un’occasione davvero importante.

A che punto è da voi l’immigrazione?
Il nostro quartiere vive già l’accoglienza di moltissimi immigrati. È molto sensibile perciò sia alla problematicità, sia alla ricchezza di cultura che sono insite in questo fenomeno. Da noi ci sono immigrati islamici e persone che provengono da tutto il mondo: Sri Lanka, Filippine, America Latina, Giappone, tanto per citarne alcuni. In questa festa ogni cultura potrà esprimere con il canto o in altro modo la propria gioia.

Gli immigrati sono ben integrati nella comunità?
A livello di oratorio sono molto coinvolti: qui le porte sono sempre aperte a tutti con molta disponibilità e le percentuali dei frequentatori abituali sono molto elevate. Qualche ragazzo, poi, partecipa come animatore o aiuto catechista: si vive insomma la normalità dello stare insieme. Il mondo adulto, invece, fa più fatica. Molti genitori si vedono perché hanno i figli che partecipano alla catechesi: così anche gli adulti vengono coinvolti nella vita normale della comunità. L’incontro con il mondo islamico avviene attraverso gli aiuti della Caritas, il doposcuola, il gioco e l’oratorio estivo. È forte il desiderio di dialogo e di accoglienza e ci poniamo spesso il problema di sostenere adeguatamente queste due dimensioni. Il doposcuola, in particolare, aiuta i ragazzi delle elementari, al venerdì, e delle medie: partecipano a questa attività soprattutto ragazzi del Nord Africa, che hanno difficoltà linguistiche perché vengono da famiglie di prima immigrazione. Durante questa attività si riuniscono persone di nazionalità o religione diversa e accadono cose straordinarie. È molto bello, per esempio, vedere ragazzi egiziani copti che fanno i compiti fianco a fianco con egiziani musulmani: una cosa che nel loro Paese sarebbe impensabile…

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