L’esperienza dell’affido dalla viva voce di chi l’ha compiuta: il percorso, le difficoltà, le emozioni. «Ogni famiglia produce più amore di quanto riesca a consumarne al suo interno»

di ROBERTA e GIGI

Noi abbiamo una bambina in affido. È arrivata a casa nostra all’età di 14 mesi ed è con noi da 3 anni e mezzo. Attualmente non ci sono le condizioni perché possa tornare con la sua mamma, che vede regolarmente ogni mese. Per lei noi siamo la sua seconda famiglia (o la prima… chi può dirlo?). A noi il compito di custodire questa vita, di prenderci cura di lei, di essere la sua mamma e il suo papà, e gli altri nostri figli i suoi fratelli. Riteniamo che per lei questa possa essere una bella opportunità, pur nella fatica che dovrà fare per mettere insieme i pezzi e accettare la sua storia e quella della sua mamma.

Può non sembrare facile. Ma a volte è molto più semplice e naturale di quanto si immagini. Non si tratta e non si chiede di essere diversi da ciò che si è. C’è solo bisogno di fare la mamma o il papà. Sapendo che non si è soli. C’è un servizio sociale che regolamenta, aiuta, accompagna. C’è una rete di altre famiglie che hanno fatto la stessa scelta, con cui si condivide e ci si sostiene.

Certo, tutto parte da un desiderio personale, semplice e profondo (così come è stato per noi): poter accompagnare un bambino che non ha la fortuna di avere una famiglia solida alle spalle. Poi questo desiderio deve trovare il modo e le persone giuste che lo aiutino a concretizzarsi e quindi ci si reca o al Servizio Sociale del proprio Comune di residenza, oppure (come è stato per noi) da un ente che si occupa di affido (nel nostro caso la cooperativa Comin di Milano). Si fa un percorso con operatori qualificati che aiuta a chiarire, scavare nel profondo.

Una volta cominciato l’affido continui a essere seguito dagli operatori del Servizio Sociale, con cui ti rapporti e confronti e a cui devi fare necessariamente riferimento. Nel nostro caso, per i primi 12 mesi e anche nell’anno successivo abbiamo avuto accanto a noi una figura fondamentale: il tutor, una persona competente che ha fatto da tramite tra la piccola e la famiglia d’origine, tra noi (famiglia affidataria) e il Servizio Sociale.

Siamo convinti che ogni famiglia produca più amore di quanto ne riesca a consumare al suo interno e che questo surplus possa essere canalizzato e donato a chi ne ha bisogno, che sta “fuori” o che “viene dentro”. L’affido è solo uno degli infiniti modi con cui ciascuno di noi credente è chiamato a farsi «diffusore di vita e generatore di una cultura dell’incontro».

Una immagine ci viene sempre alla mente quando ci chiedono di parlare di affido: avete presente un fiume in piena, che rompe gli argini e straripa? Questa è la situazione di fragilità. La cosa migliore sarebbe che questo fiume trovasse delle “zone di esondazione”, del terreno a ridosso del suo corso che sta lì e aspetta, aspetta di accogliere qualora ce ne sarà bisogno per far scorrere, calmare, frenare. La presenza di queste “zone cuscinetto” evita danni maggiori e fa in modo che, quando ce ne saranno le condizioni, l’acqua del fiume possa tornare a scorrere nel proprio letto. Ecco: la famiglia affidataria può essere un po’ come questi terreni di esondazione: si lascia inondare, si bagna, cambia un po’ la sua fisionomia, ma lo fa per contenere, lasciar sedimentare e accompagnare. E poi lascia andare, se è ciò che serve al fiume.

 

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