Giovanni Fosti, responsabile dell’Area servizi sociali e sociosanitari alla Bocconi: «Di fronte all’aumento della povertà, al problema abitativo e all’invecchiamento medio della popolazione, la strada da percorrere è quella della rete integrata di servizi»

di Filippo MAGNI

Giovanni Fosti

«Il problema è l’aumento delle esigenze. Invecchiamento, disoccupazione ed emergenza abitativa, intersecandosi, si amplificano. E il welfare non riesce a sostenerle». Soprattutto oggi che le risorse a disposizione sembrano calare: «La strada da percorrere, allora, è quella della sinergia».Lo assicura il professor Giovanni Fosti, docente e ricercatore, responsabile dell’Area servizi sociali e sociosanitari presso il centro di ricerca Cergas dell’Università Bocconi. Insieme al collega Davide Maggi (dell’Università del Piemonte Orientale), offrirà alcuni spunti di riflessione in apertura del convegno «Quale welfare in un tempo dove pare diminuiscano le risorse?», in programma sabato 21 febbraio a Seveso.

Organizzata dal Servizio per la pastorale sociale e il lavoro della Diocesi di Milano, la giornata di approfondimento sarà introdotta da don Walter Magnoni e vedrà anche la presenza dei sindaci Marco Alparone (Paderno Dugnano) e Cristina Carrier (Pioltello), dei consiglieri regionali lombardi Carlo Borghetti e Angelo Capelli, del consigliere comunale milanese Marco Cormio e del presidente della Provincia di Monza e Brianza Gigi Ponti.

«Il sistema del welfare soffre la frammentazione degli enti che accedono alle poche risorse disponibili», spiega Fosti, anticipando alcuni dei temi che affronterà. Col conseguente rischio, aggiunge, «di interventi inappropriati, mancanti, o addirittura doppi e dunque generatori di sprechi. Ciò accade anche a causa della contraddizione di una struttura che responsabilizza molto gli enti locali, concentrando però le risorse a livello centrale».

Ciò sviluppa una dinamica, rileva Fosti, per cui «l’efficacia dei fondi a disposizione diventa maggiore quanto più sono integrati tra loro i soggetti che ne attingono. Al contrario, la frammentazione porta a un minore effetto delle politiche pubbliche e delle loro ricadute sui cittadini». Una delle proposte praticabili in tal senso è «passare dal concetto di erogazione a quello di “rete di servizi” – spiega il docente – con modelli che consentano di attivare le risorse delle persone, ampliando la platea di cittadini che possono godere dei benefici».

Diversi ambiti territoriali, in Italia e all’estero, hanno avviato una sperimentazione. «Siamo solo all’inizio del percorso, è presto per dire che si è trovata una soluzione al problema della scarsità del welfare. Ma i primi risultati sembrano promettenti e paiono dare effetti nel breve termine». Accade anche tra Comuni limitrofi che, pur molto diversi nella loro organizzazione, «riescono a dialogare generando livelli comuni di presa in carico dei bisogni con maggiore efficacia e minore spesa», racconta il ricercatore.

La necessità di una sinergia più stretta è dettata anche dal recente aumento di tre emergenze: «La povertà dovuta alla disoccupazione; il problema abitativo, che nel nostro Paese non aveva mai rappresentato una difficoltà; l’invecchiamento medio della popolazione, con la conseguente esigenza di orientare la sanità verso la presa in carico per lungo tempo di persone con problemi cronicizzati, più che acuti».

La proposta del docente, esperto anche di strategie e governance delle Pubbliche amministrazioni, è quella di un confronto tra i presenti a Seveso per individuare gli errori da evitare in questo nuovo modo di intendere il welfare. «Uno stile – conclude – fatto di capacità di tessitura e relazioni, apprendimento, tentativi di individuare strade nuove nel solco dell’integrazione dei servizi».

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