Neri Pozza editore, Vicenza 2010. Traduzione di Federica Oddera

Felice Asnaghi

Buddhadeva Bose (1908-1974) è stato uno tra i più importanti scrittori bengalesi del ventesimo secolo. Riconosciuto anche come poeta, scrisse diversi romanzi, commedie teatrali e saggi. Fu inoltre un influente critico, giornalista ed editore. Vincitore di numerosi premi letterari, si dice addirittura che dopo Tagore non c’è stato talento più grande nella letteratura bengalese di Bose.
“La ragazza del mio cuore”, dato alle stampe nel 1951, è un romanzo che si legge in un fiato, tale è l’interesse che suscita nel lettore. Sono storie semplici che raccontano l’amore giovanile, quello che “persiste al ristretto orizzonte del desiderio”. Un amore vissuto al maschile dove non è la virilità a prorompere nella trama, ma la dolcezza del rapporto che si mantiene esitante tra l’amicizia e il fidanzamento. L’autore descrive gli stati d’animo dei personaggi mediante uno stile colloquiale con una vena di tristezza o di malinconia oppure romantica e gioiosa a secondo delle situazioni. Credo che l’insegnamento che se ne può trarre dalla lettura di questo libro sia la sua universalità: quei gesti, quelle scelte che i ragazzi adempiono possono essere compiuti egualmente in ogni luogo senza distinzione di censo e di razza.

È una notte di dicembre in piena seconda guerra mondiale e fa un freddo pungente alla stazione di Tundla in India, dove quattro passeggeri siedono in silenzio nella sala d’attesa di prima classe. Tutti e quattro coperti dalla testa ai piedi. Tuttavia, persino nella luce fioca della sala d’attesa si capisce che sono quattro individui del tutto diversi, provenienti da vite e mondi differenti. L’uomo sulla poltrona, dal fisico possente, è un imprenditore di ritorno da Delhi. Il secondo individuo, il tizio distinto e impeccabile nel suo completo all’occidentale, con tanto di cappello, bastone e guanti, è un funzionario dell’esercito diretto ad Allahabad per una cruciale missione governativa. Il terzo, l’uomo dall’aspetto signorile, coi capelli con la riga in mezzo e un paio di baffi sbarazzini, è uno dei più noti medici di Calcutta. Il quarto, il tipo esile, con la fronte corrugata e una strana irrequietezza, è uno scrittore che non sa ancora bene dove andare.
Quattro uomini che si ritrovano a dover arrivare alla mattina assieme, e che probabilmente non si parlerebbero mai se la vista di una coppia di novelli sposi ancora perduti nel reciproco amore non li rendesse improvvisamente loquaci e bisognosi di ricordare l’amore.
Il primo a prendere timidamente la parola è l’imprenditore che racconta un episodio che gli venne riferito da un conoscente.

È la storia di un giovane che come narra lo scrittore «lo chiameremo Makhanlal. Come suggerisce il nome, era un uomo qualsiasi, un tipo comune, ma i suoi lo tenevano in grande considerazione, essendo il primo della famiglia ad aver preso una laurea. Il nonno aveva avuto sette figli, che a loro volta ne avevano messo al mondo trentadue; da questi ultimi ne erano nati chissà quanti altri, e non era finita lì».
Pur di far studiare il figlio e vederlo laurearsi la madre spinge il marito a trasferirsi a Calcutta, dove aprono una falegnameria che col tempo diverrà rinomata. Il figlio assume la guida dell’azienda e grazie alle sue capacità manuali, imprenditoriali e di rappresentanza, riesce a trarne un profitto considerevole portando agi e ricchezza in famiglia. Nell’appartamento vicino vive una famiglia borghese: il capofamiglia è un professore universitario in pensione, la moglie è una donna colta e la figlia di nome Malati studia. La madre di Makhanlal cerca di combinare il fidanzamento tra i due giovani ma trova la strada sbarrata, probabilmente a causa dell’inferiore scala sociale. Purtroppo la famiglia del professore, essendo in tempo di guerra, non percepisce il mensile ed è costretto a vendere i mobili.  Makhanlal vede il via vai di facchini che si avvicendano nella casa, vi entra e trova tutta la famiglia chiusa in un locale in condizioni miserevoli. Lui, da uomo buono che è, interviene pagando i debiti e per tutta risposta viene  prima insultato dalla ragazza troppo orgogliosa del suo stato superiore e poi messo alla porta  in modo spietato.

Fa seguito il racconto personale del funzionario. Narra della notte in cui al «pallido chiarore di una luna ammaccata» la bella Pakhi, gli occhi accesi e le labbra scolpite dai bagliori, gli svelò il suo amore.  Dopo una festa di paese un gruppo di giovani ritorna a casa. È ormai tardi e la nebbia era scesa sui campi. Ad un certo punto Gagan Baran viene avvicinato da Pakhi, lui è imbarazzato, lei si fa avanti e gli dice: «Vorrei parlarti di tante cose ma al momento buono mi sfuggono tutte senza rimedio». Lui: «Ti sfuggono?». E lei in modo netto e determinato risponde: «Sì perché ti amo, ecco perché. E dimentico tutto». La vita li divide. Si rincontrarono in altre occasioni e in particolare per il matrimonio di Pakhi e quello della figlia di lei.
Col passare degli anni rimane intatto l’amore tra i due che va aldilà del tempo e della bellezza fisica. Un amore grande che lo scrittore così misura:

«Ci capitava spesso di incontrarci così, ma ricordo bene quanto fu speciale quella volta: ciascuno dei miei compagni mi sembrava l’anima gemella. E loro concordavano unanimi sul fatto di non avermi mai visto tanto di buon umore. Buon umore? Non so con quale termine definire ciò che provavo. Gioia? Sì era una strana sorte di gioia, che mi dava il batticuore e mi riempiva di apprensione. Come l’avaro non riesce a dimenticare le sue gemme e si rallegra nella certezza di possederle, ben nascoste e al sicuro, anch’io ero felice di ciò che avevo, ma con una differenza: l’avaro teme di perdere il suo tesoro, io invece avevo paura di vederlo, di appropriarmene, di farlo mio. Ecco perché lungo la strada del ritorno il cuore mi batteva più forte… di piacere, speranza,  trepidazione, felicità».

Il terzo narratore è il dr. Abani.  È la storia del suo matrimonio. L’amico farmacista Ramen, appena saputo che il neo dottore aveva aperto uno studio a Dharmatalla insiste per inserirlo in un giro di amicizie.  Il medico accetta anche per rompere la solita routine:
«Ero solito trascorrere le serate in compagnia di tutti medici. I dottori fanno amicizia solo con altri dottori.  Non amano stringere legami con persone estranee al loro mestiere, per paura che aumenti il numero di pazienti da curare gratis».

A casa di una famiglia borghese si ritrovano alcuni artisti per fare le prove di uno spettacolo teatrale. I due protagonisti sono Bina la figlia dei padroni di casa e l’amico Ramen. Lei è perdutamente innamorata di lui, ma lui non ne vuole sapere e questo aveva creato “uno stato di malattia” alla giovane. Così Abani, inizialmente ha il compito di curare l’ammalata, poi se ne innamora e la sposa.
L’ultimo a raccontare la propria esperienza è lo scrittore e poeta. Tre ragazzi del vecchio quartiere di Paltan a Dhaca stringono un’affettuosa amicizia con Antara detta “Toru”. Lei si ammala e per tutto il decorrere della malattia i tre ragazzi aiutano la famiglia ad assisterla. Sposatasi la fanciulla, al momento del parto muore. Struggente è la narrazione di quel momento:

«Quel giorno il pomeriggio precedette il mezzogiorno e l’oscurità calò prima del crepuscolo. Poi, quando il buio si fece più fitto, un urlo improvviso si levò dalle viscere della terra (…), il firmamento rimase in silenzio, le stelle non si mossero. L’urlo echeggiò di nuovo (…). Corremmo via, ma per quanto ci allontanassimo quel grido lacerante seguitava ad incalzarci: dove si può sfuggire al lamento della madre terra? (…). L’astro allo Zenit scese verso ovest; quello invisibile spuntò al di sopra dell’orizzonte; a est l’oscurità impallidì, uno stuolo di minuscole stelle fu spazzato via e al loro posto se ne accese una sola, grande e verde».

Per l’uomo maturo, quel ricordo rimane indelebile. La ragazza “che cambiava un sari al giorno e incedeva ondeggiando appena, come una pianticella mossa da una brezza leggera”  aveva preso le sembianze misteriose di Monna Lisa.

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