Il Vicario episcopale riflette sul Messaggio dell’Arcivescovo per la fine del Ramadan e sui suoi auspici di pace: «La fraternità che lega tutta la famiglia umana è un potente antidoto alla tentazione di crederci onnipotenti»

di Annamaria BRACCINI

Bressan

«Ebrei, cristiani e musulmani, usciti dalle mani dell’Unico creatore» e, per questo, «fratelli nella comune umanità», condividendo «lo stesso impegno nel servizio verso le nostre comunità e la società civile». Lo scrive con chiarezza il cardinale Angelo Scola nel suo Messaggio per la fine del Ramadan 2014. E il suo indirizzo di augurio «ai carissimi fedeli musulmani della Diocesi di Milano», espresso anche a nome di tutti i cattolici ambrosiani, più che un auspicio da realizzare in un futuro lontano, ha il senso di un richiamo necessario e urgente.

«Possiamo dire che questo Messaggio dell’Arcivescovo, come quelli degli anni scorsi, si muove nella linea che il Papa propone nell’Evangelii Gaudium, come la prospettiva in cui inserire il dialogo tra le religioni: una dimensione mistica senza la quale non sapremmo di chi siamo – spiega monsignor Luca Bressan, vicario episcopale per la Cultura, la Carità, la Missione e l’Azione Sociale -. Non a caso il Cardinale fa riferimento all’unico Creatore, a un periodo penitenziale che serve a purificarci nella preghiera e, soprattutto, parla di pace».

Appunto, la pace, che mai come oggi sembra lontana… Come credenti in un unico Dio, come portare un contributo concreto contro i venti di guerra che soffiano con tanta forza?
L’appello all’Unico creatore ci ricorda proprio la fraternità che lega tutta la famiglia umana. In questo senso, condividere questa consapevolezza ci deve guidare a riconoscere la nostra somiglianza di “figli”, destinatari in egual misura del bene che Dio vuole a ciascuno. Credo che ragionare in questa ottica, anche relativamente agli avvenimenti attuali, sia un potente antidoto alla tentazione, sempre ricorrente, di crederci onnipotenti.

L’attenzione ai mondi dell’Islam, come testimonia la Fondazione Oasis, è un tema molto caro al Cardinale. Come migliorare la convivenza tra le diverse religioni, anche in terra ambrosiana?
Sicuramente bisogna fare passi avanti nella conoscenza della “galassia” musulmana – ricca di molte e diverse anime -, andando alla base delle sue radici spirituali e aiutando, così, anche lo stesso Islam ad approfondirle. D’altra parte, è lo stesso Arcivescovo a ricordare ai musulmani che, specie nelle fatiche dell’immigrazione, occorre affinare e mantenere viva questa ispirazione originaria. Solo così si può veramente promuovere un dialogo non superficiale.

Nel Messaggio il Cardinale cita papa Francesco e le sue recentissime parole contro i conflitti, che ricordano quelle pronunciate da Paolo VI all’Onu: «Mai più la guerra!». Perché passano i decenni, ma sembra che non si riesca a trovare un punto di accordo?
Come credenti, potremmo dire che non viviamo una fede all’altezza delle complessità del presente. Siamo continuamente immersi in cambiamenti che trasformano i rapporti tra popoli e culture, credenze e religioni. Ciò accresce, da un lato, le paure reciproche, le diffidenze e le incomprensioni, ma, dall’altro, ci offre la possibilità di un confronto a tutto campo. Anche il Messaggio per la fine del Ramadan del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, che verrà consegnato unitamente a quello del cardinale Scola lunedì 28 luglio – a conclusione del mese di digiuno – nei luoghi del territorio diocesano dove i musulmani celebrano la ricorrenza, indica le grandi sfide che ci attendono. Tuttavia, se non c’è una fede capace di discernere i «segni dei tempi» – per usare un linguaggio Conciliare -, il rischio di chiudersi in forme identitarie esasperate è molto grave e, per così dire, “dietro l’angolo”.

La cura della Chiesa universale e di quella ambrosiana – anche attraverso il Servizio diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo e la Commissione che lei presiede – si muove in questo orizzonte?
Senza dubbio. Insieme al Servizio per la Pastorale dei Migranti, lavoriamo in questo senso. Anche se, guardando alla cronaca di queste ore, viene da dire che il compito è immane, sia in diocesi, sia nelle terre in cui c’è guerra vera. Anche lì portiamo il nostro aiuto concreto, siamo presenti con Caritas, ma il primo impegno deve essere quello di un cambiamento del “cuore”.

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