Il "quadro" del patrimonio storico-artistico della diocesi di Milano nell'analisi dell'architetto Carlo Capponi, responsabile dell'Ufficio diocesano per i Beni culturali. Dalla Lettera pastorale l'invito a cercare anche il percorso dell'arte per parlare di Cristo agli uomini di oggi.

Crocifisso Pilastrello Paderno

È almeno dai tempi di san Carlo Borromeo che i sacerdoti ambrosiani hanno la piena consapevolezza di non essere soltanto dei pastori d’anime, ma anche dei “custodi” delle memorie materiali, e quindi dell’identità religiosa, del popolo che è loro affidato. Il patrimonio storico e artistico della diocesi di Milano, del resto, è certamente tra i più importanti e cospicui. Ma è un patrimonio che va continuamente protetto, tutelato e valorizzato, come spiega l’architetto Carlo Capponi, responsabile dell’ufficio diocesano per i Beni culturali.

Cosa deve fare una comunità parrocchiale, in questo ambito?
La consapevolezza dei Parroci che il loro ruolo è quello di custodi di un popolo affidato ha fatto sì che, anche le memorie materiali dell’identità, anche sociale di questo popolo, fossero curate e aumentate nel tempo a testimoniare i differenti passaggi culturali e le sensibilità del tempo. La forte spinta alle Visite Pastorali, che erano anche strumento per un controllo sullo stato dei beni delle Parrocchie, oltre che sulla cosiddetta cura d’anime che i sacerdoti esercitavano per mandato dell’Arcivescovo, ha fatto sì che le Parrocchia hanno Inventari assai antichi di tutto ciò che a loro apparteneva. Poi con la moderna sensibilità e le collaborazioni con Regione Lombardia e Soprintendenze, l’Ufficio diocesano redasse accurati Inventari cartacei sui beni mobili e sui luoghi di culto delle più che mille parrocchie diocesane. Ora, grazie all’8xmille della Chiesa Cattolica si è potuto riversare il dato cartaceo in modalità informatica perfezionando e rivedendo le schede fatte a partire dal 1980.

Cosa può e cosa deve fare una comunità parrocchiale per tutelare il patrimonio culturale che è sotto la sua custodia?
Credo che più di quello che le Comunità già fanno sia impossibile oggi. È certa la grande attenzione che le nostre comunità locali, in certi casi ridotte a poche decine di persone, mostrano per la conservazione e la cura del patrimonio culturale che è giunto loro. Spesso, anche dove per mancanza di sacerdoti la canonica non è più abitata con continuità, sono sorti gruppi di volontari che coscientemente carichi delle responsabilità che i loro progenitori hanno trasmesso, si fanno carico di custodire e manutenere, con piccole e semplici azioni quali la spolveratura o il cambio dell’aria nei locali spesso chiusi, chiese e sacrestie con tutto ciò che in queste è conservato.

In questo, qual è il ruolo dell’Ufficio diocesano dei Beni Culturali e quale il suo supporto?
L’Ufficio diocesano, come dettato nello strumento del Sinodo diocesano, che non è solo indicazione pastorale ma anche strumento normativo, e al quale spesso rimando l’attenzione per la profondità dei suoi dettati, è strumento di collaborazione tra tutte queste realtà sparse sul territorio. Tentiamo di reperire fondi per l’attività materiale della conservazione, aiutiamo con consigli e presenze circa la migliore strategia per la conservazione attenta. Gli Uffici diocesani dei Beni Culturali sono poi, per volere della CEI, tramite per tutti gli Enti religiosi, con gli Uffici del Ministero per i Beni Culturali. Tramite non solo per lo svolgimento delle azioni amministrative ma anche per la sinergia che si può creare su temi che ci vedono tutti, ognuno con la propria competenza, sensibili al vasto e variegato mondo dei Beni Culturali.

La tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale passa anche attraverso un’accurata catalogazione. A riguardo, qual è stato l’impegno della Diocesi di Milano in questi anni?
Dagli anni ’80 del secolo scorso la Diocesi istituì un Ufficio Catalogo Beni Culturali, affidato alla sapienza di mons Spirito Carlo Colombo. L’Ufficio effettuò in modo sistematico la schedatura di tutte le Parrocchie della Diocesi con semplici ma esaustive schede. L’attività completò ciò che la Soprintendenza alle Belle Arti, con il programma ministeriale delle schede OA, e la Regione Lombardia con il programma SIRBEC, avevano iniziato mirando però le emergenze e venendo così a creare una mappatura a macchia di leopardo. In anni più recenti, grazie ai Fondi 8xmille della Chiesa Cattolica si sono verificate e completate, aumentandone anche in modo significativo il numero, le schedature pregresse. Il sistema impiegato è un innovativo programma elaborato dalla CEI in accordo con L’Ufficio Nazionale del Catalogo del MIBACT. Tale programma, oltre a rendere più agevole la consultazione dei dati, è in rete potendo così essere consultato dai ricercatori e studiosi. Pubbliche sono ovviamente solo notizie non ‘sensibili’ ma quelle storico-artistiche per non mettere in tentazione i maleintenzionati che arricchiscono il mercato dell’illegalità.

I furti nelle chiese, purtroppo, sono una vera piaga. Cosa si può fare concretamente per difendere le opere d’arte, senza chiudere i luoghi di culto o precludere le opere stesse ai visitatori?
La Cei con i Fondi 8xmille finanzia ogni anno alcuni impianti di allarme per la tutela dei beni artistici più importanti. Certo è che le chiese o sono custodite con continuità o devono essere chiuse, almeno nelle ore più a rischio che sono quelle a cavallo con la pausa lavorativa del mezzogiorno. Le chiese sono, per altro, i luoghi museali che hanno la maggior estensione oraria di apertura nell’arco temporale. Non hanno giorni di riposo, sono aperte per non meno di 10/12 ore al dì. Certo alcuni si lamentano che hanno trovato chiusa una chiesa a cui si erano diretti per vedere un’opera. Debbo rispondere che anche i sacristi hanno diritto alla pausa essendo lavoratori come tutti e che se la chiesa è isolata in un agglomerato abitativo in cui oggi risiedono non più di dieci persone, la chiesa è chiusa ma la chiave è affidata in modo che, con debita programmazione, il Parroco che risiede in altra località possa far trovare il luogo aperto. Questo però obbliga anche a ricordare che visite di distinti e colti signori interessati al patrimonio culturale delle chiese hanno frequentemente generato dei furti a distanza di pochi giorni. Per questo ricordo sempre ai Parroci di chiedere e conservare le richieste scritte e di non svelare troppi segreti su porte e varchi secondari da cui poter accedere senza passare dalla porta principale.

Parliamo di un patrimonio che, seppur affidato alle realtà ecclesiali, è davvero di tutti. Ma c’è questa consapevolezza nel “comune sentire”? O tutto ricade solo sulle spalle delle parrocchie?
“Tutti” e “parrocchie” sono la stessa identità. È certo che il patrimonio del passato è ben sentito come proprio dalle realtà locali che ancora identificano la chiesa quelle elemento identificativo della propria riconoscibilità quale nucleo fondante. Certo è per altro che la situazione finanziaria di questi anni e anche le riforme ‘stataliste’ dei Governi hanno privato le realtà, come le Parrocchie, di poter accedere a finanziamenti del settore pubblico, sia esso statale che delle Amministrazioni locali.
In questo senso le Fondazioni di origine bancaria sono una grande risorsa, anche se il mercato finanziario debole penalizza la quantità di risorse economiche che questi Istituti possono far valere.
È oggi impensabile che i parrocchiani possano mantenere patrimoni che tutti abbiamo sotto gli occhi. Spesso le raccolte settimanali delle parrocchie sono di poche decine di Euro e certo non bastano neppure per pagare le utenze di gas e luce.

L’Arcivescovo, nell’ultima Lettera Pastorale, ribadisce l’importanza di percorsi culturali per parlare della fede agli uomini di oggi. Qual è, allora, la strada da seguire?
Studiare. Credo che sia la risposta unica a questa sollecitazione del nostro Arcivescovo. Senza la conoscenza seria delle cose, del motivo per cui sono state realizzate, delle ragioni per cui si trovano dove si trovano, una tela del Luini o una fotografia presa in una bancarella possono essere la stessa cosa. Giudizio che può valere per la crescita della fede, se la foto ha un soggetto che rimanda al Santo, ma la fede ha bisogno di essere educata anche dalle scienze umane. Certo sono esistiti grandi mistici illetterati, come santa Caterina da Siena o san Nicolao della Flue, ma sono l’eccezione. Come diceva il Maestro Manzi per studiare ed apprendere i rudimenti del linguaggio “non è mai troppo tardi”. IN questo senso da anni il nostro Ufficio organizza corsi di approfondimento teologico-pastorali appoggiandosi alla categoria delle Arti. Arti perché spaziamo dal cinema all’arte come normalmente la intendiamo, ma anche alla musica e al teatro. La Lettera pastorale ho un capitolo dedicato a “opere educative e culturali”, il Cardinale da sempre sottolinea che il lavoro culturale per essere cristiano deve essere rivolto alla educazione della persona che trova la sua completezza nell’Uomo di Nazareth. (L.F.)

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