Essa offre percorsi per l’accompagnamento e anche la ripresa dei cammini di fede, soprattutto in occasione della preparazione ai sacramenti

di suor Anna MEGLI

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Gli interventi in Consiglio presbiterale sull’età adulta o di mezzo per la maggior parte hanno fatto riferimento alla pastorale parrocchiale e più precisamente alla pastorale ordinaria da rivalutare e rilanciare proprio nella sua ordinarietà, preservandola dal soffocare sotto le incombenze organizzative di eventi più o meno grandi. Da quanto è emerso la pastorale ordinaria ne è uscita bene: essa offre percorsi per l’accompagnamento e anche la ripresa dei cammini di fede, soprattutto in occasione della preparazione ai sacramenti quando momenti importanti della vita dell’uomo (la nascita, il matrimonio, la morte…) trovano nella celebrazione cristiana l’annuncio della fede che apre alla vita buona del Vangelo. Accanto a questi, altri incontri, imprevisti e imprevedibili, che scaturiscono dallo «stare in mezzo alla gente», contengono un’ora di grazia per un annuncio e una testimonianza evangelica.

Ci siamo richiamati a un ascolto e a una disponibilità generosa per essere collaboratori di questa grazia. Il ministero pastorale non può dimenticare la prima cura di educare e di educarci con una comunità che con noi accoglie e accompagna uomini e donne dell’età adulta a riconoscere e incontrare il Signore nelle vicende della loro stagione. È una stagione dove, spesso nell’affanno, nell’ansia e nel riposo, si avverte la stanchezza, emergono o riemergono con urgenza domande sulla presenza del male, sull’identità di Gesù, sulla vita dopo la morte, sul perché la Chiesa e questa Chiesa… Domande alle quali la comunità credente risponde anzitutto raccontando il Vangelo con la propria vita quotidiana e rendendo ragione, al cuore e all’intelligenza, della speranza che è in lei.

Raccontare significa anche imparare i linguaggi celebrativi: dalle parole ai gesti, ai canti, ai movimenti, ai luoghi così che il linguaggio non sia solo strumento dell’annuncio, ma annuncio stesso. Occorre vigilare perché tutte le nostre iniziative possano far emergere lo specifico della nostra fede: secondo una raccomandazione dell’Arcivescovo le cose che facciamo non devono mai nascondere perché le facciamo. Questo è possibile solo se l’azione pastorale si esplica anzitutto come relazione e incontro tra persona e persona, pur nello svolgimento di un ruolo e di un compito.

Alcuni interventi hanno richiamato l’attenzione e la cura sulla sofferta distanza di tante famiglie dalla Chiesa per la loro irregolarità matrimoniale. Anche questa è ormai pastorale ordinaria e non più di singoli casi. Consapevoli di quanto sia bella e buona la verità evangelica sulla famiglia che la Chiesa annuncia e di quanto sia importante la nostra comunione con il magistero, anche nel proporre questa verità, rimane l’urgenza di ascoltare e condividere questa sofferenza perché possa essere sofferenza vissuta nella fede e nella Chiesa. Altri hanno raccontato come l’ora di grazia germogli anche in luoghi di sofferenza e di pena come ospedali e carceri.

Ecco alcuni rilanci: innanzitutto il tema della ministerialità del laico in quanto tale. Uomini e donne dell’età adulta hanno già una vita super affollata. La cura per la formazione del laico adulto che nell’ambiente in cui vive si sente responsabile non solo della sua fede (coerenza personale), ma responsabile della fede di quell’ambiente, della Chiesa in quell’ambiente. Secondo: la catechesi degli adulti, di cui non esiste in Diocesi una forma consolidata. Ma al di là della forma si pone la necessità di individuare modelli e percorsi attraverso i quali offrire agli adulti la rielaborazione tra fede e cultura necessaria per discernere evangelicamente la propria vita anzitutto e il proprio tempo. Terzo: i linguaggi della comunicazione. Su due livelli: quello dell’umanità del presbitero per la forma sostanziale della comunicazione che è la relazione personale. Vengono chiamate in causa le virtù umane che hanno anch’esse una storicità: l’esercizio della carità, la capacità di lavorare in squadra, l’uso del tempo, la prudenza…; quelli dei linguaggi propriamente detti, la retorica “nel senso buono del termine”, fino all’uso dei nuovi strumenti di comunicazione. Si avverte l’opportunità di un’attenzione educativa che accompagni prima e dopo l’ordinazione.

Infine il tema del rapporto tra fede e cultura: le comunità cristiane non si rassegnino a subire modelli culturali imposti da logiche estranee al Vangelo accontentandosi di cercare spazi intimi e privati per l’esercizio della fede. Trovino il coraggio di porsi come comunità alternative convinte che il Vangelo è per l’uomo e convincente nel proporlo agli uomini e alle donne dell’età adulta.

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