C’è un linguaggio degli occhi che ”reclama” immagini belle, a cui “mostrare” capolavori la cui voce è la stessa voce della Parola

di monsignor Domenico SGUAITAMATTI

Duomo

Arte e catechesi è un binomio che soprattutto negli ultimi tempi si sente spesso ripetere a volte con entusiasmo, ma a volte anche con scetticismo non disgiunto da velata indifferenza. Nel “fare catechesi” una consumata abitudine, che spesso si sposa con una certa pigrizia culturale o creativa, si affida al solo linguaggio verbale come unico strumento per annunciare, conoscere e vivere le verità della nostra fede. Questo nei confronti degli adulti come dei ragazzi, di fronte ai quali, al più, il linguaggio cerca, giustamente, di farsi semplice e comunicativo nel tentativo di essere immediato, comprensivo ed efficace.

Indubbiamente “la parola” è lo strumento indispensabile per ogni tipo di comunicazione o relazione, per cui nessuno può mettere in dubbio la positività e la necessità di questo modo di operare anche perché, nello specifico annuncio della fede, la nostra parola ha radici nella «Parola rivelata» che siamo chiamati a testimoniare e tramandare. Nasce però legittima una domanda: il linguaggio verbale è l’unico possibile? Non ci sono altri linguaggi, non in contrasto o in alternativa, ma che, in sinergia, possono rendere più efficace lo stesso annuncio della fede? È addirittura dalla storia antica che viene a noi la risposta.

San Giovanni Damasceno nell’VIII secolo rivolgeva ai cristiani questo appello: «Se un pagano viene e ti dice “Mostrami la tua fede”, tu portalo in chiesa e mostra a lui la decorazione di cui è ornata e spiegagli la serie dei quadri sacri». C’è dunque un linguaggio degli occhi che ”reclama” immagini belle, a cui “mostrare” capolavori la cui voce è la stessa voce della Parola. Un linguaggio che da sempre si affianca, per sua natura, a quello verbale nell’annunciare, avvicinare, introdurre al Mistero di Dio. È il linguaggio dell’arte cristiana che è nata sin dalle sue origini proprio con questo scopo: per rendere visibile, attraverso “lo stupore del bello”, Colui che, Invisibile, si è manifestato e fatto conoscere agli uomini nel Mistero della Incarnazione, nella «Parola che si è fatta carne». Molto di più: è il cuore dell’arte cristiana che da sempre pulsa nel tremore rispettoso, ma anche nella consapevolezza esaltante di essere specchio e riflesso del “Bello assoluto”.

Per un annuncio efficace della fede, oggi, dentro questa nostra società che si definisce dell’immagine, è dunque opportuno ritornare a ridare ascolto a questo linguaggio, mettersi in sintonia con questo cuore proprio dell’arte cristiana la cui grammatica e il cui battito attinge e trova energia in forme e colori che appartengono alla stessa tavolozza e alla medesima sensibilità creativa di Dio.

Amava dire Chagall: «I pittori per secoli hanno intinto il loro pennello in quell’alfabeto colorato che è la Bibbia». Un alfabeto colorato che ancora oggi, soprattutto oggi, può di nuovo raggiungere con grande immediatezza la sensibilità e incontrare la “ricerca di senso” interiore dell’uomo contemporaneo. Anticamente questo alfabeto era definito la “Bibbia dei poveri” perché l’immagine sopperiva alla diffusa incapacità di leggere e di scrivere. Oggi può ugualmente definirsi allo stesso modo nel senso che può aiutare a colmare una povertà frutto di un evidente analfabetismo di ritorno circa le verità che riguardano Dio e il suo mistero di salvezza per il quale ancora oggi Egli opera dentro questa nostra contemporaneità.

Ci confortano e ci confermano in questo pensare tante espressioni degli ultimi Papi proprio a riguardo di questo binomio “arte e catechesi”. «Per trasmettere il messaggio affidatole da Cristo, la Chiesa ha bisogno dell’arte. Essa deve, infatti, rendere percepibile e, anzi, per quanto possibile, affascinante il mondo dello Spirito, dell’invisibile, di Dio»: così si legge nella Lettera agli artisti di Giovanni Paolo II, scritta nel 1999. Non meno chiara e coinvolgente è la riflessione di Benedetto XVI scritta nell’introduzione al Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica: «Anche l’immagine è predicazione evangelica. Gli artisti di ogni tempo hanno offerto alla contemplazione e allo stupore dei fedeli i fatti salienti del mistero della salvezza, presentandoli nello splendore del colore e nella perfezione della bellezza. È un indizio, questo, di come oggi più che mai, nella civiltà dell’immagine, l’immagine sacra possa esprimere molto di più della stessa parola, dal momento che è oltremodo efficace il suo dinamismo di comunicazione e di trasmissione del messaggio evangelico».

Nell’ambito di una approfondita riflessione che oggi investe tutta la Chiesa circa le modalità di una nuova evangelizzazione anche questa «antica» avventura tra gli splendori del «bello» reclama di essere ri-accolta e ri-percorsa.

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