Giulia è sposata con Paolo: «Il nostro è un matrimonio irregolare, ma abbiamo riconosciuto nella nostra famiglia la presenza di Gesù»

di Luisa BOVE

Giulia

Giulia e Paolo sono sposati da 14 anni. «In Comune», precisa lei. Suo marito infatti arriva da un precedente matrimonio, quindi non hanno potuto celebrare il loro matrimonio in chiesa. «Paolo aveva solo 21 quando si è ritrovato a sposarsi in chiesa senza conoscere Gesù e senza avere alcuna percezione di cosa stesse facendo È durata meno di un anno».

«Le esperienze sono molto diverse ed è sempre difficile generalizzare», spiega Giulia. «Anche nel nostro caso la situazione è differente: Paolo ha generato la separazione, io invece sono al primo matrimonio». Per la verità Giulia e Paolo si conoscevano da anni perché abitavano entrambi a Milano nello stesso quartiere Gallaratese, ora invece vivono a Limbiate con i loro due figli, Loris e Siria. «Il nostro matrimonio irregolare funziona perché c’è grande amore e abbiamo riconosciuto nella nostra unione e nella nostra famiglia la presenza di Gesù. Ogni volta che mi trovo a parlare della nostra situazione dico che questa è la chiave di tutto!».

Non c’è dubbio, insieme hanno fatto un percorso di fede. Paolo infatti «era lontanissimo dalla Chiesa» e Giulia da ragazza non ha fatto «un cammino vero e proprio, perché provengo da una famiglia che non frequentava».

«Il messaggio importante da dare a chi si trova nella nostra situazione è questo: ci viene chiesto di amare la Chiesa, amiamola così com’è, con le sue regole, perché non basta amare il Padre se non si ama anche la sua Chiesa».

Giulia e Paolo frequentano la Messa e da tanti anni partecipano a un gruppo familiare. «Il parroco e la suora conoscevano la nostra situazione – spiega lei -, ma per tanto tempo non l’abbiamo detto, perché di fatto non ci sembrava importante, dal momento che ci incontriamo per pregare e condividere. Poi un giorno l’abbiamo raccontato e non è cambiato nulla nel gruppo, perché ci conoscevano. Partecipiamo a questi momenti perché per noi sono preziosi. Facciamo anche parte di Acor, un gruppo di preghiera e di incontro per chi si trova in situazioni diverse: separati, separati risposati, separati fedeli…». Il percorso, che comprende la realtà di Limbiate e di Cologno, esiste da 5 anni e coinvolge dalle 20 alle 50 persone, «ma non c’è una conduzione vera e propria, perché ognuno dà il suo contributo». Esperienze come queste, assicura Giulia, ce ne sono ormai tante e non solo a Milano. Ora i due coniugi partecipano anche agli incontri organizzativi di Acor in altre zone, nei giorni scorsi per esempio sono stati a Legnano. «Ci lasciamo guidare dalla Provvidenza – continua Giulia -, perché il Signore vede per noi qualcosa di diverso, anche se ognuno ha la propria sensibilità».

«Noi cerchiamo di tenere ferma la presenza del Signore nella nostra famiglia, sia come coppia sia con i nostri figli».

L’esperienza di Giulia e Paolo è positiva, ma non è così per tutti. Non a caso il Vicario generale, monsignor Mario Delpini, nei giorni scorsi nella sua lettera alla Diocesi, «Lasciatevi riconciliare con il Dio vicino», scriveva: «A tutte le comunità richiamo il dovere di un’attenzione cordiale a coloro che dopo la separazione e il divorzio hanno stabilito nuove unioni: deve giungere loro l’invito a cercare tutte le strade possibili per non distaccarsi dalla comunità cristiana e dalla partecipazione alla vita della Chiesa».

«Per noi il messaggio è sempre duplice – riprende Giulia -: da un lato, parlo per chi si trova nella nostra situazione, dobbiamo cercare di allargare gli orizzonti e non fermarci, perché l’amore del Padre è talmente grande che bisogna essere capaci di accoglierlo, non limitarci a dire: “Mi ha chiuso la porta”; dall’altro lato, se si conosce la famiglia, si sa che ha fatto un percorso, non si deve esagerare. Ma al di là dei limiti o delle regole della Chiesa – conclude -, è importante che impariamo noi ad accogliere».

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