Recensione del libro Soltanto una donna, edito Il Filo-Albatros, Milano, 2011

“Soltanto una donna” è la seconda opera letteraria della scrittrice esordiente Alessandra Boga, a seguito di “Dopo la notte” (sempre Ed. “Il filo”, 2009), che trattava della condizione di violenza e sottomissione che si trovano a vivere moltissime donne musulmane, anche nel nostro Paese.

Con questo secondo racconto, Alessandra torna ad occuparsi di diritti delle donne attraverso la figura di un personaggio storico purtroppo poco conosciuto: la “femminista ante-litteram” Olympe de Gouges.

Olympe, al secolo Marie Gouze è la figlia bastarda di un macellaio, ma in verità il padre è un nobile, un marchese, drammaturgo e poeta. Nata nel 1748 in un piccolo paesino della Francia, vive in un periodo di grandi cambiamenti e di grandi aspettative che passerà alla storia come “Rivoluzione Francese”.

Olympe, per coloro che avranno il piacere di leggere il libro, è una donna senza mezze misure, che sa quel che vuole e moderna rispetto alla sua epoca: troppo moderna, troppo in contrasto con le convenzioni, per essere apprezzata e sostenuta, perfino dalle donne. Dalla nascita, al trasferimento a Parigi, con quello che diventerà il suo compagno (controcorrente rispetto a quegli anni, non lo sposerà mai) ella fa sfoggio di un carattere combattivo e caparbio, per nulla intimorito dalle minacce e poco avvezzo ai finti corteggiamenti. Ben presto Olympe si renderà conto che dietro lo sbandierare dei principi universali di uguaglianza, fratellanza e libertà della Rivoluzione, si cela il terrore di Robespierre, la storica diffidenza e discriminazione verso le donne e l’asservimento del mondo artistico ed intellettuale al potere.

Drammaturga, in alcune sue opere teatrali, la prima delle quali è Riflessioni sugli uomini neri del 1788, prende posizione contro la schiavitù nelle colonie (cosa che le permette di diventare membro di un’associazione abolizionista chiamata Società degli amici dei Neri, nata lo stesso anno). Ciò le vale le prime ostilità. Gli attori si rifiutano di mettere in scena le sue rappresentazioni boicottandole in ogni modo. C’è un altro motivo fondamentale però: Olympe è “soltanto una donna” e scrivere opere teatrali, non è considerato all’epoca “mestiere per donne”. La caparbietà della donna fa sì che la sua opera anti-schiavista Zamore e Mirza, o il felice naufragio, intitolata anche La schiavitù dei neri (1792) possa essere rappresentata, ma poi gli interessi di bottega affossano l’opera. Il mondo del teatro è infatti finanziato da quella borghesia imprenditrice e dalla nobiltà che detengono grandi possedimenti coloniali, dove i neri vengono sfruttati nelle piantagioni.

Idealista, Olympe, non smette mai di combattere neanche per l’affermazione dei diritti delle donne e dei figli considerati illegittimi, categoria a cui lei stessa appartiene. Una lotta impari in un mondo strutturato sul potere maschile. Nel 1791 il suo scritto Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina diventa il manifesto politico dell’emancipazione femminile e anche questo la rende invisa al potere. Perché La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino (1789), contempla di fatto solo il maschio, mentre le donne, che pure hanno contribuito a fare la Rivoluzione, vengono escluse dall’attività politica. Allora Olympe decide di gridare ad alta voce che, se in quell’epoca “la donna ha il diritto di salire sul patibolo, ha il diritto di salire in tribuna” per il bene della Francia.

E’ in questo spirito che Olympe scrive l’opera Le tre urne, con la quale sostiene che il popolo ha il diritto di scegliere, appunto attraverso tre urne, la forma di governo che più gli aggrada: federale, monarchica o repubblicana. Ciò la porterà direttamente a scontrarsi con Robespierre, che di fatto ha creato una nuova dittatura, in una terra infiammata anche dall’arrivo di eserciti stranieri per combattere la Rivoluzione.

In fondo Olympe è “soltanto una donna” e, come tale, non può occuparsi di politica.    

Dalla biografia emergono altri personaggi che ci permettono di completare il quadro della vita sociale di quegli anni rivoluzionari. La figura della regina Maria Antonietta, moglie di Luigi XVI, uomo poco incline alle decisioni. Ella è figlia di Maria Teresa d’Austria e certamente ne eredita il piglio autoritario e decisionista. Mal vista dal popolo è soprannominata la “cagna austriaca”. Olympe, ben sapendo di questa situazione, non ha timore a riconoscerla regina, a comprenderla in quanto donna e questo non giocherà a sua favore, come pure essere stata contraria alla decapitazione di Luigi XVI.

Bella e drammatica la figura del mendicante che in un sottopassaggio suona la fisarmonica. Un giorno lo rivede morto, portato a spalla da un altro mendicante che ne aveva ereditato il posto e la fisarmonica. Infine la giovane figlia del uomo che dovrebbe appendere sui muri di Parigi il manifesto di Olympe, completamente invasata dagli ideali rivoluzionari, che non ci pensa due volte a denunciarla per aver operato contro il potere costituito. La stessa banale denuncia che porterà Olympe ad essere disconosciuta persino dal figlio, che ha intrapreso la carriera militare, ed al patibolo (benché lei abbia tentato di salvarsi dichiarando di essere incinta). Nel 1793 viene ghigliottinata e nell’impietoso rapporto sulla sua esecuzione verrà accusata di “aver dimenticato le virtù che convengono al suo sesso”.

 

F.A.

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