La Chiesa di Monze sta vivendo un anno eccezionale, nel quale si ricordano i primi cento anni di evangelizzazione della zona. A maggio, in occasione dell’inizio dell’anno pastorale, c’è stata l’apertura delle celebrazioni e il clou sarà ad agosto. Una Chiesa giovane e vitale, che opera su più fronti e che ancora necessita di molti aiuti. Innanzitutto per il Seminario minore, nel quale studiano 108 ragazzi, e poi ci sono le scuole e gli ospedali. Monsignor Emilio Patriarca e' il primo prete fidei donum della diocesi di Milano a diventare vescovo di una Chiesa africana.

di Maria Teresa Antognazza

Zambia

La Chiesa di Monze sta vivendo un anno eccezionale, nel quale si ricordano i primi cento anni di evangelizzazione cattolica della zona. «Ci stiamo preparando da molto tempo a questo evento, fin dall’alba del terzo millennio», spiega il vescovo monsignor Emilio Patriarca, che abbiamo incontrato durante l’ultimo soggiorno a Varese, dove è nato 1937 e dove ha maturato quella vocazione presbiterale che nel 1967 l’ha portato in Zambia come sacerdote fidei donum. «Non si tratta di un semplice insieme di cerimonie esteriori ma di una vera e propria esperienza spirituale e pastorale. In particolare quest’anno vogliamo ricordare la storia di questi 100 anni, sapendo che Dio parla e si manifesta nella storia; poi vogliamo riconoscere quanto il Signore ci è stato vicino e rinnovare il nostro impegno nella missione».

A maggio, in occasione dell’inizio dell’anno pastorale, c’è stata l’apertura delle celebrazioni e il clou sarà ad agosto: «In quel momento vogliamo fare anche un gesto simbolico e cioè un pellegrinaggio sul lago Kariba, che oggi ricopre la valle in cui morì e fu sepolto il primo padre gesuita che nel 1880 tentò di entrare in Zambia attraverso il fiume Zambesi. Solo nel 1905 si riuscì ad aprire una missione a Chikuni, nel sud del Paese e sono ancora molti i vecchi che ho incontrato e che venerano il padre francese Joseph Moreau, fondatore di questa Chiesa diocesana».

Una Chiesa giovane e vitale, che opera su più fronti e che ancora necessita di molti aiuti. Innanzitutto per il Seminario minore, nel quale studiano 108 ragazzi, accolti dopo un’accurata selezione e solo se mostrano i primi segni di una possibile vocazione. Per proseguire il cammino verso il sacerdozio devono poi accedere al Seminario maggiore nazionale, per il quale occorrono molti soldi: un seminarista in un anno costa alla diocesi anche 1200 dollari. E poi ci sono le scuole e gli ospedali. Data la cattiva situazione di queste istituzioni a livello statale, con insegnanti e personale medico non pagato o sottopagato e quindi con una qualità molto scadente del servizio, si fa sempre più necessaria l’iniziativa della Chiesa, che gestisce le scuole diocesane (con aiuti dal Governo) e le Open Community School per i poveri e gli orfani, oltre agli ospedali missionari, come quello di Chikuni.

Monsignor Emilio Patriarca, primo prete fidei donum della diocesi di Milano a diventare vescovo della Chiesa del Continente Nero, si sente profondamente parte del suo popolo e condivide sogni e dolori dell’Africa : la sua opera e la sua testimonianza suggeriscono nuovi contenuti alla stessa dimensione missionaria della nostra Chiesa locale e soprattutto gettano nuova luce sul significato dei rapporti di aiuto con il terzo mondo.

Continua a crescere, infatti, il numero degli ambrosiani appassionati dell’Africa. La presenza di tanti missionari e laici originari dei propri paesi fa infatti scattare un rapporto e un’attenzione che si consolidano nel tempo. E’ il caso di tutto il movimento sorto attorno al vescovo della diocesi zambiana di Monze, a sostegno del quale è nata a Varese l’“ Associazione amici di monsignor Emilio Patriarca. Amicizia e desiderio di condivisione determinano un intensificarsi di partenze africane, un vero e proprio via vai sempre accompagnato da invio di fondi e materiali necessari al funzionamento dei progetti attuati nelle parrocchie lontane.

Ma tutte queste visite fanno bene all’Africa e alle vostre missioni? Lo chiediamo al vescovo Patriarca, che per alcuni giorni ha soggiornato in terra varesina per sottoporsi a dei controlli medici e osservare un periodo di riposo: «Certamente – ci ha risposto – è positivo per le persone che vengono in Africa, che restano molto colpite da quello che vedono, si aprono al terzo mondo e alle missioni in particolare. Poi diciamo anche che è positivo per laggiù: per l’africano è molto bello essere “visitato”. Però serve discernimento, per non creare disturbo alla vita ordinaria delle parrocchie».

Questi scambi e la stessa presenza di preti e laici fidei donum testimoniano il forte legame tra la Chiesa di Monze e la Chiesa ambrosiana . Ma tutti questi aiuti, aiutano davvero l’Africa nel suo cammino verso l’autonomia? «Lo Zambia, in generale, in questo momento dipende molto dagli aiuti, che sono molti e che sono necessari. Però bisogna fare in modo che essi non creino dipendenza, non stimolando a crescere la Chiesa locale. Occorre che gli aiuti vengano dati in modo tale che a un certo punto la realtà locale possa farne a meno e i progetti siano gestiti in autonomia. Questa è una prospettiva molto importante, che è ben presente sia alla Chiesa che alla società civile, verso la quale nutriamo molte speranze, anche se è ancora lontana dal realizzarsi. Per esempio, a Mazabuka, dove opera don Maurizio Canclini, originario di Besozzo, e dove sono state avviate moltissime iniziative, come la scuola e le case famiglia per gli orfani, e’ stato chiamato a lavorare un nuovo laico, Paolo Taffuri, di Venegono Superiore, con il compito specifico di studiare progetti di sviluppo che portino verso l’autonomia i ragazzi ospitati nelle Arche. Per noi questa è la vera sfida: le premesse ci sono, le difficoltà anche. Certo il contesto non aiuta molto perchè la diocesi di Monze è una zona rurale e molto povera; in altre parti dello Zambia il processo è più avanzato».

In questo processo hanno una parte importante i leader delle comunità. « Stiamo investendo infatti molto sulle persone, sui futuri capi: ci sono varie iniziative in questo senso, come corsi, training; si investe anche sui futuri maestri che vengono mandati al college o all’università ».

Quali sono oggi le prime sfide da vincere? «In cima alla lista resta il problema dell’Aids e poi quello di assicurare il cibo . Sul primo fronte si fa molto, a livello di informazione, di spot, di assistenza ai malati, di educazione dei giovani, ma non vedo ancora risultati significativi e la situazione resta drammatica. Per quanto riguarda il cibo, quest’anno nella parte sud del Paese non è piovuto e si va incontro alla siccità. Pare che il Governo abbia le riserve sufficienti ma bisognerà acquistarle e poi fare la distribuzione. Resta molto grave anche il problema delle scuole e degli ospedali, per la cattiva gestione che ne fa lo Stato».

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