Lo psichiatra Charmet e lo scrittore, e insegnante, D’Avenia hanno affrontato, sotto varie angolature, le problematiche del mondo giovanile, fra alleanza educativa e processi di crescita.

di Martino INCARBONE

«Fino a quando sono piccoli i bambini sono tenerissimi (“Mamma ti voglio bene, voglio stare sempre con te, non ti abbandonerò mai…”). E poi, ad un certo punto, come d’improvviso, cambia tutto: “Che cosa vuoi dalla mia vita? Che cosa facevi tu alla mia età?”». L’incontro su adolescenti e giovani tra festa e tempo libero presso il Centro Diocesano in via Sant’Antonio inizia con la proiezione di tre video, tra cui uno spezzone di uno spettacolo di Fiorello che dipinge in poche battute il passaggio dall’infanzia all’adolescenza. I video sono stati realizzati dal liceo linguistico Manzoni, dai giovani residenti nel collegio universitario San Paolo e dall’oratorio di Casorate Primo e introducono la discussione tra lo psichiatra Gustavo Pietrapolli Charmet e lo scrittore e insegnante Alessandro D’Avenia, moderata dalla docente di psicologia Emanuela Confalonieri.

Il professor Charmet sottolinea nella sua relazione l’interessante dinamica che si crea tra il gruppo dei “pari” e la famiglia: «Il gruppo di amici, anche nella celebrazione della festa, acquista un valore crescente nella vita, nella ritualità della vita degli adolescenti. Che cosa può fare la famiglia per controbilanciare la trasformazione del tempo libero solamente in tempo del divertimento? Che alleanza educativa è possibile costruire per rinsaldare l’alleanza tra la festa del gruppo dei pari e la festa della famiglia in senso stretto?».

D’Avenia prosegue la riflessione partendo dal mondo degli studenti per arrivare agli adulti: «Per diventare adulti è necessario “adolescere”, che significa portare a pieno compimento ciò che già c’è. E il processo non si ferma neppure nell’adulto: non per essere adolescenti di ritorno, ma perché nessuno come i ragazzi ha conservato il desiderio». E lo scrittore continua poi ricordando che «lo studio è il lavoro dei ragazzi. Come gli adulti nel lavoro coltivano loro stessi, così i ragazzi non devono studiare per l’interrogazione, ma per l’amore del sapere».

D’Avenia continua poi citando la Gaudium et Spes (67): «Sappiamo per fede che l’uomo, offrendo a Dio il proprio lavoro, si associa all’opera stessa redentiva di Cristo, il quale ha conferito al lavoro una elevatissima dignità, lavorando con le proprie mani a Nazareth.». Lo scrittore conclude rievocando il miracolo delle nozze di Cana: «Dopo 30 anni di lavoro, Gesù inizia la sua vita pubblica ad una festa dove è andato con la propria famiglia. Mancava però il vino, quindi questo significa che tutti erano già un po’ “brilli”. Ma come? La gente era già ubriaca e lui “porta” ancora vino? Forse Gesù con quel miracolo viene a dirci che la gioia non finisce, e non solo nell’aldilà, ma anche nell’aldiqua».

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