La filosofia e le caratteristiche del Padiglione della Santa Sede all’Expo nelle parole di monsignor Luca Bressan e dei progettisti (lo studio Quattroassociati)

di Filippo MAGNI

Expo 2015_Padiglione Santa Sede

«Circondati da padiglioni che intendono il nutrimento come elemento commerciale, fisico o al massimo culturale, ci siamo trovati davanti alla sfida di progettarne uno in cui la valenza fosse spirituale». È lo spazio della Santa Sede a Expo Milano 2015, raccontato dalla voce di chi lo ha disegnato: lo studio milanese Quattroassociati. Spiegano: «Si tratta forse della struttura più piccola tra tutte: la base è di 15 metri per 25, l’altezza 15. Situata però in posizione centrale: ci piace immaginarla come il punto fermo attorno a cui ruotano le aree espositive delle varie Nazioni».

Il padiglione che vede coinvolti Vaticano, Cei e Diocesi di Milano, spiega l’incaricato diocesano per Expo monsignor Luca Bressan, «deve accendere l’immaginazione attraverso un’esperienza sensoriale, suggerendo ai visitatori che l’uomo non è nutrito solo dal cibo materiale. Abbiamo bisogno di relazioni, di legami. Così intuiamo che siamo nutriti dall’amore fino a diventare cibo per gli altri, se li amiamo».

Ciò accade attraverso un percorso di 4 dimensioni, prosegue il vicario: «Ecologica: una nuova visione del rapporto con il Creato. Economica e solidale: “Date voi stessi loro da mangiare”, per usare le parole spesso citate da papa Francesco quando afferma che il problema della fame non è solo etico, ma antropologico: non vediamo gli altri come uomini, non li amiamo. La terza dimensione è educativa: la casa cresce intorno alla tavola. E infine religiosa: Dio che si fa pane nell’Eucaristia».

Passare dal messaggio alla progettazione, raccontano gli architetti, è un percorso di suggestioni: «Innanzitutto non doveva sembrare una chiesa: non è la cappella dell’Expo». E infatti, sulle pareti esterne, mancano del tutto elementi esplicitamente cristiani. Il messaggio è affidato a scritte leggere e sottili, in acciaio, poste sulla facciata e sulle pareti esterne, con le parole “non di solo pane” e “dacci oggi il nostro pane”. «Un messaggio tradotto in 13 lingue – aggiungono -. Perché è la Parola a nutrire l’anima». Nelle intenzioni della Santa Sede le lettere devono sembrare come piovute dal cielo: una richiesta concretizzata mediante la finezza del materiale e dal fatto che «sarà l’ombra proiettata a consentire la lettura, più che l’acciaio», precisano gli architetti. Ciò è permesso da una particolare inclinazione delle pareti, realizzata come se l’interno del padiglione (sul quale vige ancora uno stretto riserbo) avesse attirato a sé, modellandolo, l’esterno. «Non possiamo ancora rivelare il contenuto – spiegano gli architetti -. Trae ispirazione dall’architettura conventuale, dal chiostro. Se ne intuisce la forma dalla parete Nord, modellata da due sezioni di arcata, a tutto sesto e a sesto acuto, dalle quali emerge, come da una spaccatura della roccia, la vegetazione che cresce sul tetto».

Una parola d’ordine della progettazione è stata “sobrietà”. «Il che non significa banalità strutturale – precisa lo studio -, ma rispetto del terreno, utilizzo di materiali semplici e poveri in senso positivo». L’aspetto complessivo è quello di un blocco costituito da un unico materiale. «Quasi come fosse una pietra», aggiungono. Alla cui soglia, elemento caratteristico, si trova una enorme vela gialla in tessuto che maschera l’ingresso, colora la luce e contribuisce a rendere la facciata simile alla bandiera vaticana.

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