La regista dello spettacolo scritto e interpretato da donne uscite vittoriose dalla battaglia contro il cancro racconta la "prima volta" all'estero, in scena a Budapest


Redazione

17/11/2008

di Manuela ANNOVAZZI
Vicepresidente Ass.Culturale Onlus Le Griots Narratrici di vita

Budapest, 4 novembre: Congresso Mondiale Sull’Educazione Terapeutica. Ci siamo: «È giunto il fatidico momento», come recita una battuta del nostro testo teatrale. Un’altra ancora dice: «Il cuore batte all’impazzata». Eh sì, è una forte emozione che mi pervade quando varco la soglia dell’auditorium del Novotel: grazie a Internet l’avevo “visitato” virtualmente, ma dal vivo è un’altra cosa.

Come attrice ho esperienza di palcoscenici importanti, ma qui ho anche la responsabilità di regista e tutto è sulle mie spalle. Le difficoltà, tuttavia, non mi sgomentano; anzi, mi spronano nel trovare soluzioni e risolvere problemi che inevitabilmente si presentano. Lo faccio con il piglio che mi contraddistingue.

Mi ripeto: «Sono una Griot e con le mie sorelle siamo in questo auditorium per trasmettere coraggio e speranza, sostenute dalla verità e dall’amore che ci unisce, e che sul palcoscenico si amplificheranno e coinvolgeranno la platea in questa occasione internazionale di altissimo livello medico-scientifico. E dunque, Manuela, al lavoro!».

Con la mia assistente Rosy, con Roberto (segretario dell’associazione, infaticabile e preciso organizzatore) e con Max (il nostro tecnico) collaboriamo con la troupe israeliana che gestisce l’auditorium. Siamo al top per ciò che riguarda luci e suoni, il palcoscenico è enorme e la platea immensa… Una difficoltà è la lingua, l’inglese: mi pento di non essere stata una studentessa modello, ma riusciamo a intenderci.

Siamo partiti da Malpensa alle 9.30 di martedì 3 novembre: destinazione Zurigo, poi Budapest. L’aereo su cui ci imbarchiamo in Svizzera è piccolo. Ironia della sorte, sulle fiancate ci sono dipinte delle vacche. Lo fa notare Linda e il fatto ci fa sorridere perché la canzone goliardica che cantiamo nello spettacolo racconta proprio di una vacca…

Prima di salire sulla scaletta chiedo uno foto di gruppo. Desidero che venga immortalato l’imbarco per la prima trasferta internazionale. Sono certa che ne seguiranno numerose altre, perché il testo – tradotto per l’occasione in inglese da Geraldine Cullen – sta per essere tradotto anche in francese, tedesco, spagnolo e arabo.

Atterriamo a Budapest e una navetta ci porta verso hotel. Durante il tragitto ci guardiamo attorno e notiamo scorci della città. Budapest ha tratti imperiali: viali larghi, palazzi storici e imponenti, parchi e il Danubio con i suoi ponti. Lo sguardo spazia vorace in ogni direzione e il cuore è felice, perché a poco più di un anno dal debutto e dopo 21 repliche la nostra testimonianza teatrale – grazie al professor Aldo Maldonato – ci ha portato in Ungheria a inaugurare un congresso prestigioso.

Un grande sogno, il nostro sogno che è diventato realtà, potenza dell’amore! Sono commossa e piango di gioia, ripetendomi mentalmente: «Natalia, Maria Cristina, Carla, Franca, Linda, Barbara, Sonia, Maria Bruna, Lea, Rosamaria: sorelle mie, ci abbiamo creduto, abbiamo faticato, abbiamo avuto difficoltà, ma siamo in cordata, l’una accanto all’altra, pronte a sostenere chi magari vive un momento difficile… Non molleremo mai la presa, mai!».

Piango e sorrido, scorrono dentro di me tante emozioni e affiorano ricordi di questo nostro straordinario gruppo di donne belle, forti e coraggiose che danzano la vita. Belle perché siamo autentiche. Forti perché siamo passate attraverso la sofferenza, l’abbiamo guardata in faccia, non siamo scappate davanti al dolore e ne abbiamo scritto. Coraggiose perché portiamo la nostra testimonianza per aiutare chi vive la malattia nel silenzio e nella solitudine. Il cuore stenta a contenere tanta gioia. Ringrazio il Buon Dio.

Lo spettacolo è stato emozionante e coinvolgente, la platea internazionale ci ha avvolte con un caldo applauso. Un particolare ringraziamento va a Teresa Salone, a Roberto Lussignoli, a Gianermete Romani e al maestro Franco Napoli.

Voglio riferire, tra i tanti commenti positivi, quello di un medico georgiano: «Sul palcoscenico si percepiva dai vostri sguardi che siete come i moschettieri: uno per tutti e tutti per uno». Si, è proprio così. Ed è la bellezza e la forza di noi Griots.

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