In "Caterina va in città" un'ingenua tredicenne di provincia alle prese con un trasferimento dalla provincia e la ricerca del proprio posto


Redazione

25/01/2008

di Maria Grazia CAZZANIGA

Caterina ha tredici anni e vive in un paesino della costa tirrenica a un centinaio di chilometri da Roma con i suoi genitori. Lì ha parenti e affetti e canta nel coro della chiesa. Una normale ragazzina di provincia, catapultata a Roma alla vigilia della terza media a causa del trasferimento del padre.

Caterina affronta il cambiamento con curiosità e attesa, finché l’inizio della scuola non la getta nella confusione più totale. Non solo non capisce la maggior parte delle cose che le sue compagne di classe dicono o fanno, ma la sua classe è rigidamente divisa in due fazioni: le “alternative” – che si riempiono la bocca di slogan pro classe operaia – e le ricche borghesi, con pellicce e autista.

Lei si sente estranea a entrambi i gruppi. Si aggrega alle une e successivamente alle altre, in attesa di capire da che parte stare. Diventa così la migliore amica di Margherita, alternativa per definizione, con tanto di tatuaggi fai-da-te e cameretta profumata di incenso, e poi di Daniela, figlia di un parlamentare.

La protagonista di Caterina va in città non è solo un’ingenua ragazzina di provincia, spaesata dal cambiamento di città. È anche un’adolescente che cerca di scoprire chi è veramente conformandosi a comportamenti non suoi. Una fase della vita caratterizzata da rivolgimenti improvvisi, che le fanno scrivere sul suo diario: «Mi chiedo dove sia finito il mio io di prima e se il mio io di ora sono veramente io».

La chiara percezione della fragilità del proprio equilibrio non risparmia neppure gli altri adolescenti del film, che sembrano invece così sicuri, protetti dalle maschere che indossano. Perfino Margherita, che disprezza i valori tradizionali perché “piccolo borghesi”, desidera invece «dei genitori normali».

Un viaggio leggero nella vita di una ragazza che passa attraverso prove importanti e tradimenti piccoli o grandi prima di trovare la sua personalissima strada, decisamente più vicina allo stile di vita e alle passioni che aveva sviluppato nel suo paesino.

Come se il film volesse dirci che un ragazzo può trovare il suo posto nel mondo solo se le decisioni che prende per il futuro non sono influenzate dalle pressioni, ma sono frutto dell’ascolto di sé e delle proprie passioni, che vanno scoperte pian piano, soffrendo e anche rischiando di apparire “fuori moda”.

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