Perché non ci può arrendere al calcio dei mercanti “sponsorizzato” dal presidente della Lazio, dove i tifosi sono ridotti al ruolo di consumatori

di Leo GABBI

Claudio Lotito

Da quasi venti giorni non si parla d’altro. L’intercettazione galeotta che ha avuto come protagonista Claudio Lotito, il vero sponsor del presidente Tavecchio al timone della Federcalcio, ritenuto nuovo deus ex machina dell’intero movimento calcistico nazionale, ha scosso tutto l’ambiente dalle fondamenta. Al di là delle espressioni sbrigative, dei commenti acidi su persone e avvenimenti, il cuore del ragionamento del presidente della Lazio è un refrain che purtroppo ascoltiamo da anni: guai a dare spazio a piccoli club come Carpi o Frosinone in serie A; il calcio dei grandi sponsor e delle pay tv va in un’altra direzione, pretende piazze importanti, bacini di pubblico tali da poter soddisfare i vari “consigli degli acquisti”, che il contorno delle partite intende garantirsi.

Se gran parte degli appassionati si è subito mostrato sdegnato, così come buona parte dell’opinione pubblica (anche L’Osservatore Romano ha stigmatizzato quell’uscita), in moltissimi presidenti della nostra Lega maggiore hanno invece fatto orecchie da mercante, mettendo più in risalto il vile tranello in cui sarebbe cascato Lotito (ora spogliato della sua delega federale), anziché i contenuti del suo ragionamento. Insomma non si guarda alla luna, ma ancora una volta ci si concentra solo su quel dito che la indica.

Eppure il “Lotitopensiero” mette a nudo quello che il calcio è diventato: dietro la scusa di darsi un’organizzazione “all’americana”, è ormai una scatola vuota, dove la passione dei tifosi viene vista solo attraverso il filtro di quanto essi possano rendere in qualità di consumatori di merchandising e “fruitori” del prodotto calcio. Così, i più elementari valori del nostro sport, come la meritocrazia, passano in cavalleria e squadre blasonate, seppur fiacche e magari erose dai debiti dovrebbero comunque sempre godere di una corsia preferenziale rispetto alle forze nuove e fresche, con entusiasmo da vendere, grande organizzazione di gioco, giovani interessanti e piazze ancora genuine che nonostante tutto si ostinano a credere ancora in questo calcio malato.

Quindi evviva il Carpi o il Latina, e tutte quelle squadre di provincia, come il Chievo dei miracoli o altre piazze emergenti, che nonostante le tante sudditanze psicologiche acclarate, riescono comunque ad emergere. E una risposta Lotito, l’ha avuta anche sul campo, proprio 8 giorni fa, quando sia il Parma, che il Cesena, che l’Empoli, si sono ribellati allo strapotere economico dei grandi club fermando la corsa di Juventus, Roma e Milan e in molti frangenti dimostrando qualità anche tecniche e organizzative superiori. Forse i veri valori dello sport non sono ancora morti: il calcio è ancora per tanti un gioco, anche se molti lo vedono ormai solo come un gigantesco affare.

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