La crisi finanziaria sta colpendo duramente l’intero settore. E molte squadre sono costrette a chiudere l’attività

di Leo GABBI

etica nello sport

Anche lo sport fa i conti con la più lacerante crisi del dopoguerra. Fallimenti, chiusure, club insolventi, giocatori svenduti, penalizzazioni per mancati versamenti di stipendi e di tasse: non solo il calcio, ma un po’ tutto l’universo agonistico italiano è diventato in questi mesi una sorta di bollettino di guerra. E nell’immediato futuro le prospettive non sembrano cambiare: gli sport di squadra sono ancora destinati a un percorso ad ostacoli fatto di esclusioni o fusioni, ma anche di tagli e rinunce a campionati o playoff.

Solo nell’anno appena trascorso, come ha ricordato Roberto Condio in un bel reportage su La Stampa, la crisi ha cancellato 24 club di vertice un po’ in tutte le discipline, in alcuni casi ponendo fine a vere istituzioni, che hanno fatto la storia del nostro sport. Non ci sono limiti geografici: le società abbandonate dagli sponsor e ormai ignorate dai mecenati di un tempo muoiono sia al Nord, sia al Sud. Tra chi si è inabissato, non si può non citare nel basket femminile squadre come la Geas e la Comense (già ko dalla scorsa estate), con Treviso che resta orfana delle due Benetton del volley e del basket, mentre un altro caso emblematico è quello della Pro Recco femminile di pallanuoto, che si è dovuta arrendere appena conquistato lo scudetto. Una deriva continuata anche nelle prime settimane dell’anno nuovo, se si pensa che le cestiste del Faenza hanno dovuto ammainare bandiera bianca, seguite dal glorioso Grosseto nel baseball. Ma lo scenario, ripetiamo, è generale e a parte quelle poche isole felici in cui le tv a pagamento alimentano ancora il giro d’affari, l’encefalogramma del nostro sport non è mai stato così piatto.

Per contenere i costi, c’è chi, anche a livello di calcio professionistico, preferisce retrocedere di una categoria per evitare di scomparire, chi riduce al minimo la rosa (lasciando però un esercito di giocatori disoccupati) e chi in nome della spending review raccoglie collette tra i tifosi pur di andare avanti. Poi ci sono tanti tentativi da parte delle federazioni per cercare di frenare la caduta: alcuni sono azzeccati, altri molto meno. Dopo aver aperto persino al tocco di piede e al libero, il volley ha provato l’ennesima rivoluzione abolendo le retrocessioni, che però sono anche il sale delle competizioni, insieme allo scudetto. Se non esiste margine di rischio, non entra neppure in circolo quell’adrenalina sportiva necessaria per non veleggiare in un torneo anonimo: seconda o ultima, tanto pari sono. Poi c’è la pallamano, che per fronteggiare la crisi ha aperto la A maschile a ben 31 squadre. Come legge del contrappasso, però, la crisi ha ridotto a sole 6 partecipanti la A femminile, con la Nazionale del futuro che rischia di chiedere “asilo” al più competitivo campionato sloveno. Intanto anche l’hockey prato taglia i playoff per risparmiare dopo la rinuncia della Suelli Cagliari e di ben 4 club che avrebbero avuto diritto al ripescaggio.

In questo scenario da incubo è desolante che, come sottolinea il presidente Coni Gianni Petrucci, in presenza di decine di “Agende” per le imminenti elezioni politiche, non sia stata spesa mezza parola da quasi nessun esponente politico a favore del futuro di uno sport che invece avrebbe terribilmente bisogno di segnali concreti dallo Stato.

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