Fanno discutere le dichiarazioni del capo della Procura antidoping del Coni Ettore Torri

di Mauro COLOMBO
Redazione

«Tutti i ciclisti sono dopati. Quelli che ho interrogato, nessuno escluso, mi hanno detto che tutti si dopano. Se il doping non fosse dannoso per la salute, una soluzione possibile per non configurare ingiustizie fra gli atleti, sarebbe la legalizzazione dell’abuso di farmaci». Parole di Ettore Torri, capo della Procura antidoping del Coni.
Una dichiarazione che non costituisce un fulmine a ciel sereno, giungendo pochi giorni dopo l’arresto del professionista Enrico Rossi (cognato di Riccardo Riccò, già squalificato per due anni e ora nel mirino per il sequestro di pillole sospette rinvenute nella sua abitazione), l’inibizione di Elisa Basso, sorella di Ivan e moglie di Eddy Mazzoleni (traffico di sostanze proibite) e la notizia della positività di Alberto Contador a un test effettuato in luglio durante il Tour de France.
Le parole di Torri, ovviamente, hanno un peso notevole perché giungono da un magistrato di lungo corso, serio e che ha al suo attivo in questo campo inchieste importanti, come quella sull’Operacion Puerto. Ma proprio per questo risultano ancor più difficili da digerire.
Sparare nel mucchio è esercizio più consono a un appassionato deluso al primo capannello da bar sport che a un magistrato. Il compito di Torri è quello di indagare, accertare fatti e nel caso fare nomi e cognomi. Gli stessi nomi e cognomi che gli avrebbe dovuto rivelare chi, sotto interrogatorio, ha gettato l’accusa su tutta la categoria, senza eccezioni. Altrimenti si fa scandalismo a buon mercato. Per fare un paragone, è come se, a Tangentopoli imperante, un magistrato del pool di Mani Pulite avesse dichiarato che tutti, ma proprio tutti i politici erano corrotti.
È evidente che i casi di doping, negli ultimi anni, siano stati tali e tanti da impedire oggi di poter mettere la mano sul fuoco su chiunque. Ma è altrettanto evidente che da provare è la colpevolezza, e non l’innocenza. E allora si può capire l’indignazione di un corridore come Vincenzo Nibali, recente vincitore della Vuelta, che afferma di avere la coscienza a posto. Così come è comprensibile la reazione del presidente federale Renato Di Rocco, che giudica insensate le parole di Torri.
L’impegno del magistrato è fuori discussione e dei risultati ottenuti in questi anni grazie alle sue inchieste il ciclismo deve rendergli merito. Ma per guarire dai suoi mali, è proprio di quell’impegno che il ciclismo ha bisogno. Non di un clima da Inquisizione. «Tutti i ciclisti sono dopati. Quelli che ho interrogato, nessuno escluso, mi hanno detto che tutti si dopano. Se il doping non fosse dannoso per la salute, una soluzione possibile per non configurare ingiustizie fra gli atleti, sarebbe la legalizzazione dell’abuso di farmaci». Parole di Ettore Torri, capo della Procura antidoping del Coni.Una dichiarazione che non costituisce un fulmine a ciel sereno, giungendo pochi giorni dopo l’arresto del professionista Enrico Rossi (cognato di Riccardo Riccò, già squalificato per due anni e ora nel mirino per il sequestro di pillole sospette rinvenute nella sua abitazione), l’inibizione di Elisa Basso, sorella di Ivan e moglie di Eddy Mazzoleni (traffico di sostanze proibite) e la notizia della positività di Alberto Contador a un test effettuato in luglio durante il Tour de France.Le parole di Torri, ovviamente, hanno un peso notevole perché giungono da un magistrato di lungo corso, serio e che ha al suo attivo in questo campo inchieste importanti, come quella sull’Operacion Puerto. Ma proprio per questo risultano ancor più difficili da digerire.Sparare nel mucchio è esercizio più consono a un appassionato deluso al primo capannello da bar sport che a un magistrato. Il compito di Torri è quello di indagare, accertare fatti e nel caso fare nomi e cognomi. Gli stessi nomi e cognomi che gli avrebbe dovuto rivelare chi, sotto interrogatorio, ha gettato l’accusa su tutta la categoria, senza eccezioni. Altrimenti si fa scandalismo a buon mercato. Per fare un paragone, è come se, a Tangentopoli imperante, un magistrato del pool di Mani Pulite avesse dichiarato che tutti, ma proprio tutti i politici erano corrotti.È evidente che i casi di doping, negli ultimi anni, siano stati tali e tanti da impedire oggi di poter mettere la mano sul fuoco su chiunque. Ma è altrettanto evidente che da provare è la colpevolezza, e non l’innocenza. E allora si può capire l’indignazione di un corridore come Vincenzo Nibali, recente vincitore della Vuelta, che afferma di avere la coscienza a posto. Così come è comprensibile la reazione del presidente federale Renato Di Rocco, che giudica insensate le parole di Torri.L’impegno del magistrato è fuori discussione e dei risultati ottenuti in questi anni grazie alle sue inchieste il ciclismo deve rendergli merito. Ma per guarire dai suoi mali, è proprio di quell’impegno che il ciclismo ha bisogno. Non di un clima da Inquisizione.

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