Redazione

[Il 1966 è passato alla storia del calcio italiano come l’anno
della Corea e dell’ingloriosa eliminazione dai mondiali inglesi
della Nazionale di Fabbri, quella dei cosiddetti “abatini”.
Simbolo, nel bene e nel male, della squadra è Gianni Rivera,
che infatti inizia la successiva stagione agonistica nel Milan
animato da propositi di riscatto. E il suo rendimento
e’ tale da destare ammirazione anche nei tifosi avversari]

di Walter Tobagi

Roma, 2 gennaio. Sorride ancora, Rivera. A forza di vederlo sempre malinconico, con una smorfia scettica sulle labbra sottili, pensavo che non sapesse più sorridere.

Il maledetto ’66 è finito in allegria. Con champagne nelle coppe e sorriso sulle labbra. E’ felice, Rivera. Come mai l’avevo visto. E la sua faccia invecchiata da una maturità precoce riacquista una semplicità sbarazzina, da bambino che ha ingoiato montagne di cioccolatini.

Un giornale, sabato mattina, aveva pubblicato un lungo «pezzo»: romanticherie stile demodé, ironia sottile su un «pedatore» che, a ventitré anni, viene definito il «nonnino degli stadi». E giù, di seguito, una lista di definizioni ingegnose, ponzate forse in notti di insonnia: «principe degli abatini», «nonnino rossonero», «filosofo della fluidificazione». «D’Annunzio del dribbling». Ce n’è per tutti i gusti. Come nei baracconi, dove il maitre urla «venghino signori venghino».

E Gianni come reagisce? Non legge i giornali prima della partita. Quando gli riferisco le geniali trovate, mi guarda con gli occhi sgranati: «Ma va’, non ci credo!», sembra dire. E poi: «Me lo gusterò, l’articolo, in aereo».

I colleghi romani annotano frettolosi, col groppo in gola. La grande Roma è stata ridimensionata . Rivera, che certe cose le capisce, porge lo zuccherino: si complimenta con gli avversari. Il nodo alla cravatta è fatto: controlla, il golden, che sia ben centrato. Poi si accarezza le cosce scarne, d’un bianco quasi latteo. Appoggia i piedi sul tavolo e continua il discorso: «Il gol? Bello e facile. Innocenti ha crossato magnificamente. È stato un triangolo rapido: due passaggi e siamo arrivati in area. La palla m’è arrivata sulla testa, nel momento giusto. Non potevo sbagliare».

«Pizzaballa – giustifica un collega romano – doveva uscire…».
«Difficilissimo. Il traversone era “tagliato”».
«Almeno doveva ostacolarti…».
«Allora c’era rigore».

I romani sono soddisfatti: ascoltano compunti le ultime lodi: «La Roma gioca decisa e rafforza molto il centrocampo. È una squadra soda e compatta».

Una fine bella d’un anno sciagurato…
Viviamo alla giornata. È bello sentirsi felice. Come adesso, senza pensieri.

Due settimane fa, hai difeso l’allenatore contro gli stessi tifosi che ne chiedevano la testa…
Non l’ho difeso io: tutta la squadra aveva capito che Silvestri stava lavorando in profondità.

E l’arbitro? Sensibile ti ha scalciato come un asino rabbioso…
Non si può dire niente in questo mondo. Sono andato da Monti, quando ha espulso Lodetti, per spiegargli che c’era un equivoco. Lui m’ha ammonito, anziché rispondere.

Lo stanzone s’è svuotato. Gli occhi piccoli, che tante volte i suoi nemici hanno definito perfidi, sorridono aperti. Un’altra battaglia è vinta: godiamo l’aroma della vittoria.

Passalacqua dice di sbrigarsi. Altrimenti si perde l’aereo e non si riesce a stappare lo champagne in famiglia. Rivera ubbidiente: «Vengo subito. Prendo il cappotto».

Ci salutiamo passando tra la gente ammutolita, che ha riavvolto le bandiere giallorosse e non riesce a scordare le prodezze di Rivera. «Auguri. Ci rivediamo a Milano». «Mille di queste partite». «Speriamo…».

«Sei più bravo di Pelé», urla un tifoso romanista: «Sei un mostro. Hai fregato la Romona nostra!». Rivera non fa in tempo a sentirlo, e’ già salito sul pullman.

(MilanInter, 2 gennaio 1967)

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