Il Consiglio di Strasburgo ha rilanciato la Convenzione firmata nel 1990, attualmente l'unico strumento giuridico a livello internazionale in questo campo


Redazione

23/07/2008

di Gianni BORSA

Lo sport come attività per favorire la salute fisica e rafforzare i principi morali, per migliorare le capacità relazionali delle persone, per accrescere una sana volontà competitiva tesa a superare i proprio limiti, migliorando se stessi nel rispetto dell’avversario e delle regole del gioco. Le finalità positive dello sport sono infinite, toccando aspetti educativi, sanitari e persino socio-economici. Anche per questo la pratica sportiva fa parte dei programmi scolastici in tutto il mondo.

Nell’Europa dei 27 si calcola siano almeno 100 milioni gli europei che regolarmente frequentano palestre, campi, piste o piscine, divertendosi grazie al calcio, al basket, al ciclismo, all’atletica o al nuoto… Una parte non trascurabile del Prodotto interno lordo europeo è collegato allo sport.

Naturalmente lo sport non è esente da fenomeni negativi e degenerazioni. Più volte sia l’Ue che il Consiglio d’Europa hanno sottolineato come attorno ad alcune discipline girino troppi soldi, soprattutto per l’ingaggio degli atleti, per la pubblicità, per i diritti televisivi: il calcio è, in questo senso, sotto i riflettori.

Dietro tante distorsioni dello spirito decoubertiano c’è proprio il denaro: si pensi allo sfruttamento dei calciatori in erba, allettati (loro e le loro famiglie) da ingaggi principeschi e da una sfavillante carriera tutta successi, medaglie e rotocalchi.

Il doping è un altro “grande male” dello sport moderno, sia agonistico che dilettantistico. Pur di vincere una competizione, ci sono atleti (spinti da allenatori, manager sportivi e medici senza scrupoli) che assumono sostanze dopanti: le quali nell’immediato rovinano il principio della leale competizione sportiva e nel lungo periodo certo nuoceranno alla salute.

Per questa ragione l’Ue ha lanciato l’allarme per contrastare la pervasività di soldi e farmaci alla vigilia dei Campionati europei di calcio svoltisi in Austria e Svizzera a giugno; per lo stesso motivo in questi giorni interviene il Consiglio d’Europa, preoccupato che il doping rovini gli atleti – e le stesse competizioni – del Tour de France e dei prossimi Giochi olimpici di Pechino.

Da Strasburgo è partito un deciso richiamo al rispetto della Convenzione del Consiglio d’Europa contro il doping. Stesa dopo le Olimpiadi del 1988, segnate da gravi casi di doping, la Convenzione, ratificata da 49 Paesi, è entrata in vigore nel 1990 e – spiegano al Palais de l’Europe – «rappresenta attualmente l’unico strumento giuridico a livello internazionale in questo campo».

Il trattato, cui aderiscono tutti i grandi Paesi europei (Italia compresa) e diversi Stati extraeuropei, «ha come scopo quello di ridurre il ricorso ad agenti dopanti, agevolare il finanziamento dei controlli nonché combinare il finanziamento pubblico delle attività sportive, agonistiche e non, al rispetto della normativa antidoping».

L’obiettivo della Convenzione è chiaro: «Sottolineare ancora una volta l’importanza dello sport nella tutela della salute, nell’educazione morale e fisica e nel promovimento della mutua comprensione internazionale”; sbarrare la strada “all’impiego viepiù diffuso di prodotti e di metodi di doping» e «alle sue conseguenze per la salute degli sportivi e per il futuro dello sport». I prossimi Giochi a cinque cerchi saranno un nuovo banco di prova in questa direzione.

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