Redazione

di Nino Pischetola

Se avesse potuto mettere le ali alla sua carrozzella sarebbe volato di sicuro a Madrid. Ci ha provato. Ha proteso in avanti le braccia a mani aperte, poi le ha alzate a pugni chiusi con la faccia rivolta al cielo. Il collo si ingrossava e un urlo lo svuotava. Si è sollevato un poco. Spossato, infine, si chinò gustandosi il replay del gol di Pablito al Brasile. Bofonchiava, perché non poteva parlare dalla nascita, e non si capiva quel che diceva, ma la prestazione fisica esprimeva tutta la sua gioia. L’energia prodotta in quello sforzo mi contagiò. Di più, mi responsabilizzò. Avevo le gambe per partire e portarmi dietro, insieme al mio, anche il suo sogno colorato d’azzurro.

Dopo aver condiviso, dunque, i quarti di finale dei Mondiali dell’82 con i ragazzi dell’oratorio e gli ospiti del centro disabili, acquisita la vittoria in semifinale con la Polonia, mi ritrovai, senza pensarci molto, sul treno diretto in Spagna provvisto di un economico documento da viaggio per giovani studenti europei, ma senza il biglietto della partita in programma al Bernabeu. In extremis, a Madrid, dopo una giornata in coda ai botteghini con la serranda chiusa, mi procurai l’agognato lasciapassare da un delusissimo tifoso brasiliano, trasformatosi in bagarino per recuperare almeno ciò che aveva speso qualche settimana prima, sicuro (sic!) di essere della partita.

Sui gloriosi spalti, invece, c’eravamo noi italiani a cantare O’ sole mio, a sbandierare il tricolore e ad applaudire il presidente Pertini, ripreso con la sua inseparabile pipa sui grandi schermi dello stadio. In campo, nelle prime battute, fissavo come si muoveva il mio coetaneo Beppe Bergomi, continuamente ripreso dal capitano Dino Zoff, preoccupato senza motivo da uno spento Rummenigge. Non quest’ultimo, ma quel panzer di Briegel sulla fascia, invece, era da temere. Dalla tribuna, almeno, ci sembrava un pericolo. Non lo era per la squadra di Bearzot, attenta nella marcatura e nella copertura di tutti gli spazi.

Anche dopo il rigore fallito da Cabrini, aleggiava in questo angolo di Spagna la convinzione palpabilissima di trovarsi tutti insieme, giocatori e tifosi, a vivere una straordinaria impresa. I tre gol, segnati da Paolo Rossi, Tardelli e Altobelli, suggellarono questa sensazione, che al triplice fischio divenne addirittura uno stato di beatitudine, mentre la Coppa del Mondo di mano in mano veniva mostrata agli spettatori.

Di quella notte, ricordo soltanto l’alba che ne seguì. Aprii gli occhi al piano superiore di un letto a castello nella camerata di un’ostello internazionale e davanti ai miei piedi spuntava una bandiera tedesca ammainata. Arguii che sotto di me, senz’altro, un tifoso avversario cercava di salutare un nuovo giorno, dimentico del precedente. Così, prima di ritornare con i piedi per terra, mi concessi, dall’alto, uno scatto d’orgoglio e, in forte italiano, riempii la stanza di un’unica e significativa parola: «Buongiorno!».

Per fortuna l’incauta iniziativa provocò solo qualche mugugno, ma sinceramente sentivo l’esigenza di contrassegnare questa esperienza con un gesto, molto grossolano, ma nato da una decisione che si svincolasse dall’alto senso di responsabilità che mi accompagnò nell’avventura spagnola: quello di far camminare un sogno. Lo rifarei.

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