Positiva testimonianza del giocatore-allenatore di una squadra che prende parte al torneo di calcio per seminaristi e religiosi organizzato dal Csi, in corso a Roma: «Esperienza importante»


Redazione

Parla il giocatore-allenatore di una squadra partecipante
al torneo di calcio per seminaristi e religiosi organizzato dal Csi:
«Un’iniziativa importante per ribadire il valore dello sport»

di Rita Salerno

«Quello che conta è creare un gruppo affiatato, al di là delle sconfitte e delle vittorie. Provare stima reciproca, come amava dire San Paolo, è la sola cosa importante che permette di affrontare nello spirito giusto i momenti belli e brutti di una prova».

Chi parla è Gabriele Trotta, giocatore e allenatore della squadra dell’Almo Collegio Capranica che prende parte alla Clericus Cup, torneo calcistico a undici promosso dal Centro Sportivo Italiano e riservato a seminaristi e religiosi provenienti da trentasette Paesi di tutti e cinque i continenti.

Romano, 35 anni, seminarista al sesto anno e diacono a ottobre, Gabriele racconta questa inedita pagina sportiva in chiave religiosa che ha suscitato la curiosità mediatica, non nascondendo il suo entusiasmo per la bella esperienza.

«Appena me l’hanno proposta, l’ho accolta senza riserve – spiega -. Dietro la notizia che ha fatto sensazione (“anche i preti giocano”), c’è l’idea di far comprendere a tutti che lo sport, e il calcio in particolare, è uno strumento al servizio del mondo giovanile ed ecclesiale».

Lo sport, dunque, come via di promozione umana e sociale. Perché non conta il colore della pelle o l’appartenenza religiosa. E «l’obiettivo di questa iniziativa è recuperare lo sport all’interno delle parrocchie e degli oratori, dove troppo spesso manca».

In questo senso, anche le tre sconfitte subìte (6-0 con il Vicariato di Roma, 4-0 con la Pontificia Università Lateranense e 4-1 con la squadra dell’Ordine di S. Agostino), la squalifica di una giornata che gli è stata comminata e l’ultimo posto nella classifica del Girone B acquistano il loro giusto valore.

Dopo la laurea in legge e un impiego in banca, quello con Gioventù Francescana è stato per Trotta l’incontro fondamentale per conoscere la realtà della Chiesa, fino a quel momento vissuto con minore intensità. Gabriele racconta della sua vocazione «tardiva, giunta dopo un percorso altalenante, nel corso del quale ho vissuto due storie affettive importanti». Ma oggi «è più che mai conscio che il Signore mi ha chiamato a vivere in modo totale una scelta d’amore».

Gabriele sa che la finale – che sarà disputata a maggio nello Stadio dei Marmi – non vedrà protagonista la sua squadra. «Nel nostro collegio non disponiamo di un campo di calcio – sottolinea -; per gli allenamenti ci aiutano alcune parrocchie, dove possiamo prepararci per alcune ore».

Per uno che è tifoso acceso della Lazio (seguita con assiduità allo stadio), che ha praticato con regolarità diversi sport (tennis, nuoto e sci), la Clericus Cup è un trofeo ambito, ma conta di più «vivere nello spirito giusto questa bella avventura con i propri compagni». Un vietnamita, un brasiliano, un croato e un ucraino: lingue, patrimonio culturale ed esperienze diverse che in campo si fondono.

«Lo diceva sempre don Bosco: lo sport, specie se praticato insieme, obbliga a uscire dal guscio e a relazionarsi con gli altri», aggiunge Gabriele. E poi la pratica «deve puntare tutto sull’aspetto ludico» e far comprendere che «lo sport è essenziale per la formazione dell’individuo».

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