Redazione

di Roberto Checchi

L’Agnello smise di belare: si fece forte, divenne imponente, tolse il respiro a tutti quelli che cercavano di saltargli addosso e improvvisamente il suo ruggito echeggiò in tutta la valle. C’è una montagna che da sempre lega il suo nome alla storia della bicicletta. Un binomio indissolubile negli anni e nei giorni, che nel tempo avvicina Nazioni da sempre rivali nel mondo del pedale come l’Italia e la Francia.

Il Colle dell’Agnello è una delle asperità che al 90° Giro hanno messo a dura prova quanti ambiscono alla maglia rosa. Una montagna brulla, dove le pietre la fanno da padrone incontrastate e i pochi spazi verdi sono prati lasciati al pascolo delle mucche. Degli alberi, nessuna traccia. Una salita lunghissima, che sembra non finire mai e che nel corso della storia ha visto arrendersi i deboli, capitolare i grandi, trionfare gli eletti. Ci vorrebbero pagine e pagine per raccontare ogni scalata, e forse non basterebbero mai: se ogni roccia potesse parlare, racconterebbe sofferenza e gioia meglio di qualunque scrittore.

Il tempo di riprendere fiato, di valicare la vetta di un pezzo di storia e scendere verso valli meravigliose d’oltralpe, e di nuovo pronti a salire sull’Izoard. All’apparenza una montagna più facile della prima, ma che mette paura solo a pronunciarla. Certo, non è più la strada dissestata immortalata in splendide immagini in bianco e nero che vedevano Coppi e Bartali contendersi una maglia simbolo di gloria, ma – credetemi – l’Izoard è sempre l’Izoard.

Una bella strada di montagna nasconde improvvisamente un segreto che merita di essere svelato. Le curve si susseguono in successione direi normale per quel tipo di percorso, ma arrivati quasi in vetta il mondo all’intorno cambia all’improvviso, e si ha la sensazione di essere su un altro pianeta. Roccioni enormi, guglie appuntite come aculei velenosi, vere e proprie spade di roccia emergono dal terreno pronte a dare il verdetto finale. Tutto intorno il deserto, sabbia finissima, pietra tritata che ricorda i ravaneti di marmo delle Alpi Apuane.

Prima di scendere su Briançon, lo sguardo si sposta sul lato sinistro della strada e scorge due volti che sporgono dalla roccia. Fausto Coppi e Louison Bobet sono saliti fin sulla vetta della montagna per sostenere piccoli grandi eroi che si muovono sulla sella e dalla pietra li incitano a gran voce.

Non finisce così. Briançon è la città che ha ospitato l’arrivo di tappa: un ripido tratturo di pietra lungo un chilometro, subito dopo il ponte levatoio del castello, è stata la silenziosa cornice della battaglia decisiva. Anche quelle pietre hanno tante storie da raccontare. I piccoli solchi che le rigano una per una sono stati scavati dalle lacrime di chi ha visto sfumare una vittoria e da quelle di chi ha preso la scala per salire al successo.

Mi ricorderò sempre Pascal Richard, primo qui nel Giro del 1996, perché una piccolissima parte di quel trionfo l’ho sentita mia per aver condiviso con lui chilometri e chilometri in allenamento sulle strade della Versilia. Ma sono stato testimone anche della rinascita di Marco Pantani nel Giro del 2000 e della giusta ovazione che il popolo della bicicletta gli tributò.

Come biglie colorate in una pista di sabbia, gli uomini forti si lanciano a folle velocità verso il traguardo francese. Maglie variopinte si mescolano fra le bellezze di un paesaggio mai dimenticato negli anni da un inviato in corsa. Le facce dei corridori mi passano davanti agli occhi quasi come in un effetto slow-motion: li accomuna la fatica, una fatica disumana. Non bastano gli zuccheri, non servono panini, forse l’acqua, una borraccia d’acqua per alleviare il dolore.

Piepoli è stato immenso sul Colle dell’Agnello, Garzelli ricordava un lontano successo in rosa e il suo pensiero ritornava senza ombra di dubbio a Pantani. Cunego non voleva mollare, ma alla fine si è dovuto arrendere. Di Luca assapora il trionfo, sfuggito in passato sul Colle delle Finestre. La stessa forza che gli ha permesso di arrivare primo a Liegi scende dal viso sottoforma di gocce di sudore, gli ricopre piano piano le gambe, gli dona tenacia e caparbietà necessarie per vincere. Simoni ancora una volta è battuto.

Parlano le pietre, raccontano i ciottoli, narrano i sassi. Poco dopo l’arrivo a Briançon, su un muro c’è una lastra di marmo che ricorda i trionfi di Gino Bartali. Eccezion fatta per Firenze, Briançon è stata la prima città a rendere omaggio a Gino dopo che se n’era andato, e questo torna a suo immenso onore. Le pietre non smettono mai di narrare storie. Ho avuto la fortuna di essere la prima persona in Italia a prendere in collo la pietra più bella di tutte le strade d’Europa, il cubo di Roubaix (quello del trionfo di Ballerini) in una magnifica notte d’aprile di dodici anni fa, ma questo è l’inizio di un nuovo racconto.

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