Redazione

Tra lunghe attese al freddo del fondo pista e frenetiche corse
in mezzo a taccuini, terminali, microfoni e telecamere,
Torino 2006 è stata una gara anche per giornalisti, fotografi,
operatori e addetti stampa. Contro imbarazzo e voglia di tifare

di Elena Parasiliti

A fondo pista si aspetta per ore, al freddo, con lo sguardo fisso sulla linea di traguardo. Si attende la fine della gara, l’arrivo dell’atleta nazionale, l’urlo dei tifosi. L’attesa potrebbe senza problemi rientrare tra le discipline olimpiche: è lo sport praticato non solo da preparatori atletici e carabinieri in servizio, ma anche da commentatori sportivi, cameraman e fotoreporter.

Il popolo della notizia gareggia così a colpi di microfono e obiettivo. Indisciplinato, si dispone lungo le transenne della mixed zone, dove può catturare il commento dell’atleta, la sua delusione, l’eccitazione. E magari imprimere in un frame il suo gesto scaramantico, mentre il maxischermo manda in sovrimpressione il risultato parziale. Pochi centesimi cambiano la classifica e spostano l’attenzione dei mass media. Soprattutto se i discesisti con la pettorina olimpica si chiamano Giorgio Rocca, Bode Miller, Hermann Maier.

A fondo pista le parole sono strette tra i denti, rapide e dirette. Gli uomini di montagna parlano poco. Cortesi, ma ostinatamente sintetici. Una parete di ghiaccio, coefficiente di difficoltà alto, per chi deve rendere conto dell’evento a lettori e direttore.

Sei contento? Dove hai sbagliato? Il favorito? Le domande proseguono, si fanno più intime. Musica, cibo, sentimenti finiscono sul taccuino. I giornalisti seguono la competizione e inseguono l’uomo di sport, la sua umanità. Almeno, ci provano. Scivolano tra i paletti dell’imbarazzo, sperando di non inforcare.

Quando i primi trenta atleti hanno terminato la loro prestazione, inizia la corsa verso i media center, le sale stampa dislocate in ogni sito olimpico. A Torino spetta il primato per la struttura più estesa riservata alla stampa: oltre 15 mila mq al Lingotto.

File di computer portatili, cellulari, macchine fotografiche separati solo dai plichi di fotocopie redatte dall’Ons, l’Olympic new service, l’organismo del Toroc che gestisce il mondo dell’informazione. Aggiorna le classifiche, fornisce i commenti degli specialisti, intervista gli atleti da podio. Per raccontare gli ultimi sono sufficienti poche battute. A patto che la loro storia sia curiosa o abbiano in tasca un passaporto esotico. Madagascar, Taipei, Mongolia alle Olimpiadi invernali non ottengono l’oro, ma arrivano all’onore della cronaca.

Si respira aria frenetica nei media center. Al centro della macchina informativa poi ci sono anche loro, i volontari in giacca grigio rossa. Presenti alle gare e alle conferenze stampa, distribuiscono i comunicati stampa. Silenziosi e sorridenti, partecipano alle Olimpiadi della notizia e guardano da lontano atleti e giornalisti. Scoprono i trucchi del mestiere e le debolezze dei professionisti, che in gara si svestono di imparzialità e tifano, senza pudore, il team della loro nazione.

Terminata la gara ritornano tutti davanti al pc. Freddi, obiettivi.
Il giornale esce domani. E i lettori non aspettano.

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