Il fortissimo scalatore gardenese, uno dei migliori specialisti italiani dell'Himalaya, è morto precipitando in un crepaccio mentre attaccava il versante nord del Nanga Parbat


Redazione

18/07/2008

di Carlo CACCIA

Karl Unterkircher era un sognatore, un alpinista di classe che non amava le vie battute, ma era sempre in cerca del nuovo: sulle montagne della sua Val Gardena e sui giganti dell’Himalaya e del Karakorum.

Quest’anno avrebbe voluto cimentarsi con la parete nord-est del Gasherbrum I (8068 m): un’immensa muraglia di ghiaccio ancora inviolata. Il governo cinese, però, gli ha sbattuto la porta in faccia, non concedendogli il permesso per la scalata e allora lui, con Walter Nones e Simon Kehrer, ha subito trovato un altro obiettivo: il versante Rakhiot (nord) del Nanga Parbat (8125 m).

I tre amici, partiti dal campo base lunedì scorso, hanno attaccato la parete all’approssimarsi del buio perché il freddo della notte avrebbe ridotto la possibilità di crolli e di scariche di ghiaccio.

Il giorno seguente, però, mentre si trovava a oltre 6000 metri di quota, Unterkircher è precipitato in un crepaccio: per lui non c’è stata più speranza. I suoi compagni, nell’impossibilità di calarsi lungo la parete (il rischio era troppo elevato), non hanno potuto far altro che continuare verso l’alto, puntando al plateau sommitale dal quale cominciare la discesa.

Unterkircher, nato nel 1970, guida alpina dal 1997, era uno dei migliori specialisti italiani dell’Himalaya. Dopo aver salito in una sola stagione (2004), l’Everest (8848 m) e il K2 (8611 m), nel 2006 ha aperto una via nuova sul Mount Genyen (6204 m) e nel 2007, con Hans Kammerlander, ha fatto lo stesso sul Nangpai Gosum I (o Jasamba, 7352 m).

Il suo capolavoro, tuttavia, resta la prima salita della parete nord del Gasherbrum II (8035 m), riuscitagli nell’estate scorsa in compagnia di Daniele Bernasconi e Michele Compagnoni.

Giunto al cospetto del Nanga Parbat, Unterkircher era rimasto fortemente impressionato dalla parete Rakhiot, caratterizzata da un pericoloso seracco, e domenica – il giorno prima di lasciare il campo base – in un comunicato spiegava senza mezzi termini che la scalata sarebbe stata piuttosto rischiosa.

«Affronteremo la montagna come degli assaltatori di prima fila in guerra – queste le sue parole -. Al posto delle armi avremo piccozze e ramponi. Dovremo restare attentissimi, scegliere la linea più sicura. Ormai da una settimana teniamo d’occhio la seraccata per registrare ogni minimo cambiamento. Quella fascia di seracchi è l’enigma della salita, che potrebbe compromettere il successo. Nonostante il pericolo evidente siamo motivati e convinti. Nella mia mente, tuttavia, la responsabilità mi procura ansia: penso frequentemente a casa, ai miei cari. La cosa migliore sarebbe rinunciare al progetto».

Soltanto qualche giorno prima, il 28 giugno, Karl non aveva esitato ad affermare che «siamo nati e un giorno moriremo: in mezzo c’è la vita. È il mistero di cui nessuno ha la chiave: siamo nelle mani di Dio. Quando ci chiama, dobbiamo andare. Ma se veramente non dovessimo più tornare, tanti sicuramente direbbero: “Ma cosa stavano cercando? Perché sono andati a cacciarsi lassù?”. Una cosa è certa: chi non vive la montagna, non lo saprà mai».

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