Redazione

Nell’estate del 1982 Enzo Bearzot percorse una parabola più unica che rara. Commissario tecnico della nazionale ai Mondiali di Spagna, nel giro di un mese passò dalla polvere all’altare, dal ludibrio all’esaltazione, dai pronostici di fallimento alla celebrazione del trionfo. Seguiamolo sull’onda dei ricordi.

Ct dal 1975, Bearzot comincia a lavorare su un gruppo di giovani nella prospettiva del Mondiale 1978, dove la nazionale raggiunge un onorevole quarto posto, piazzamento ribadito nell’Europeo casalingo del 1980. In vista del 1982, Bearzot prosegue sulla stessa strada…
«Nel 1978, a detta di tutti, giocammo il calcio migliore: era logico insistere su quel gruppo. La mia era una lotta quotidiana con la stampa per imporre le mie convinzioni. Ma il segreto è proprio questo: se tu fai quello che pensi – magari sbagliando, ma in buona fede – i giocatori si rendono conto che la squadra è opera tua; ma se un giocatore avverte che l’allenatore decide in base alle pressioni esterne, la sua fiducia viene meno. Occorre formare un gruppo equilibrato e omogeneo, non solo dal punto di vista tecnico, ma anche sul piano culturale e della personalità, maturato attraverso la sconfitta, che è un banco di prova fondamentale».

Le scelte di Bearzot, la sua tenacia nel riproporre elementi apparentemente fuori forma alimentano le discussioni…
«Per me i giocatori erano figli e, come tali, li ho sempre difesi. I sentimenti, è vero, qualche volta fregano. Ma non credo di aver mai escluso dei fuoriclasse; quelli che convocavo per me erano i migliori: Zoff era la calma, Gentile la personalità (chiedeva lui di marcare l’avversario più pericoloso, perché aveva sempre qualche conto da regolare), Cabrini la velocità, Collovati l’eleganza, Scirea la classe, Tardelli la grinta, Antognoni la tecnica, Conti la fantasia, Rossi l’opportunismo… Certo, c’era qualche eccezione: Selvaggi, per esempio, lo inserii nel gruppo perché era un tipo simpatico, adatto a tenere compagnia a Conti e Tardelli che soffrivano d’insonnia nelle notti prima delle partite…».

Le polemiche della vigilia si intensificano dopo il primo turno, disputato a Vigo, che gli azzurri superano pareggiando con Polonia, Perù e Camerun, ma senza brillare…
«Le prime partite sono sempre le più difficili. Ci sono le ruggini del campionato e le tossine della preparazione da smaltire, trovi avversari che non hanno niente da perdere e vanno a mille… Con la Polonia giocammo bene, molto male invece con il Perù; con il Camerun, bastando il pareggio, ce ne stemmo tranquilli. E intanto, nel fresco della Galizia, ci ritempravamo a suon di scorpacciate di pesce: io pensavo che avremmo anche potuto perdere, ma con tutto quel fosforo saremmo certo diventati più intelligenti…».

Scoppia la guerra con i giornalisti, con il silenzio-stampa deciso dopo qualche articolo particolarmente offensivo…
«Qualcuno aveva scritto addirittura che tra alcuni giocatori esistevano relazioni non ortodosse e nessun giornalista prese le distanze da quelle affermazioni. Era giusto difenderci ed era necessario isolare i giocatori, perché altrimenti si sarebbe rischiata la rissa. Così fu incaricato di rilasciare dichiarazioni il solo capitano Zoff, che si esprimeva a monosillabi, mentre il sottoscritto fu costretto a parlare il doppio rispetto al solito: ero un “contropiedista” della parola, reagivo se mi provocavano, e i giornalisti ne approfittavano…».

Nei quarti di finale l’Italia cambia faccia: nella calura di Barcellona affronta e sconfigge prima l’Argentina campione in carica e poi il Brasile favorito numero 1, approdando in semifinale. Protagonista della svolta, con tre gol ai carioca, Paolo Rossi, tornato in nazionale in extremis dopo la squalifica per il calcio scommesse…
«Argentina e Brasile sono squadre che non ti fanno dormire. Puoi perdere, ma non puoi deludere. Non hai bisogno di stimoli particolari per affrontarle, anzi il problema è far calare la tensione. Ma siccome il calcio resta un gioco, come in tutti i giochi hai almeno una possibilità di vincere. Li conoscevamo a memoria, preparammo bene le partite, giocammo con intelligenza e la spuntammo. Rossi? Sinceramente, se avessi avuto valide alternative, non l’avrei convocato. Ma poi si fece male Bettega e decisi di inserirlo tra i ventidue. Puntare sul suo recupero e sulla sua voglia di riscatto fu un azzardo, lo ammetto, e all’inizio andò male; ma poi tutto finì in gloria…».

A quel punto il cammino è in discesa: in semifinale ritroviamo la Polonia, poi la finale a Madrid contro la Germania, vittima predestinata…
«Con la Polonia giocammo in scioltezza, non ci furono problemi. I tedeschi sono sempre stati in difficoltà contro la nostra velocità; anche gli spagnoli tifavano per noi. Cabrini sbagliò un rigore sullo 0-0, ma tutti lo rincuorammo immediatamente. La fiducia non venne mai meno e nel secondo tempo ci scatenammo: Rossi 1-0, Tardelli 2-0 (dopo un’azione con i difensori Scirea e Bergomi insieme nell’area avversaria, alla faccia di chi ci definiva catenacciari…), Altobelli 3-0. E fu Mundial…».

Il trionfo del Bernabeu ha molti flash: il sorriso di Rossi, l’urlo di Tardelli, le braccia di Zoff che sollevano la coppa, Bearzot portato in trionfo. E quella partita a carte sull’aereo del ritorno con Zoff, Causio e il presidente Pertini…
«Giocavamo a scopone scientifico, io e Causio contro lui e Zoff. All’ultimo giro io tenevo il mazzo e Pertini doveva sparigliare: sbagliò, facemmo cinque punti e lui si arrabbiò con noi… Bel tipo, Pertini: ottima forchetta (alla cena ufficiale io e Zoff cascavamo dal sonno e lui continuava a ordinare, grappino compreso), ma soprattutto una persona schietta, genuina».

Se glielo avessero consentito, Bearzot si sarebbe dimesso appena sceso da quell’aereo. Da campione del mondo. (m.c.)

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