Redazione

Già quattro Giri con quattro corridori diversi nel suo palmarès
di direttore sportivo, il tecnico bresciano guiderà nuovamente
Cunego all’assalto della maglia rosa: «Dopo i test nella galleria
del vento aspetto con tranquillità le tappe a cronometro. Il primo
vero esame in salita sarà a Nostra Signora della Guardia.
Lo Zoncolan è terribile, ma chi va in crisi sulle Tre Cime
di Lavaredo perde la corsa. Forse manca il classico “tappone”,
ma le difficoltà non mancano e anzi sono ben distribuite»

di Silla Gambardella

In quanto a maglie rosa, Giuseppe Martinelli è il direttore sportivo più vincente tra quelli in attività. Nell’ultimo decennio nessuno ha fatto meglio di lui: quattro Giri d’Italia con quattro corridori diversi, Marco Pantani (1998), Stefano Garzelli (2000), Gilberto Simoni (2003) e Damiano Cunego (2004).

Bresciano di Rovato, cinquantadue anni, un passato da discreto velocista, in ammiraglia ha preferito affezionarsi agli scalatori, soprattutto se giovani. «C’è più gusto a scovare un ragazzo ancora juniores o dilettante, che abbia del talento, insegnargli il mestiere e vederlo maturare fino alla vittoria», ama ricordare quando deve illustrare la sua filosofia del ciclismo. Per questo un paio di stagioni fa, quando la doppia leadership in casa Lampre portò al divorzio tra Cunego e Simoni, il bresciano preferì continuare a guidare il Piccolo Principe veronese piuttosto che il già affermato campione trentino.

Con lo stesso Cunego Martinelli riparte per una nuova avventura, e stavolta con i favori del pronostico. Come ogni volta, il tecnico ha portato il corridore alla scoperta del tracciato nei mesi precedenti il Giro. Uno in bicicletta, l’altro in ammiraglia, hanno fatto diversi sopralluoghi sulle strade e sulle salite più importanti. E hanno annotato interessanti osservazioni tecniche.

LE CRONOMETRO. «L’assenza di una crono da 50 km come quella di Pontedera del 2006 è un bene per noi. Anche la cronosquadre non sarà da specialisti: ci sono tante curve ed è molto mossa, tra la prima e l’ultima squadra non ci saranno più di 30 secondi. La cronoscalata di Oropa mi piace: non è esattamente la stessa salita che affrontammo nel Giro di Pantani, si devierà per un tratto e lì ci saranno pendenze un po’ più dure. La crono di Verona è “in casa” di Damiano, la conosce bene e l’ha già provata diverse volte: solo gli ultimi 15 km sono di pianura, ma non credo sarà decisiva per il Giro. In ogni caso sono abbastanza tranquillo: l’esperienza in galleria del vento non ha trasformato Damiano in uno specialista del cronometro, ma gli ha fatto capire come affrontare meglio questi appuntamenti. Avrà più metodo».

PRIMO ARRIVO IN SALITA: MONTEVERGINE DI MERCOGLIANO (4a tappa). «Arrivo pedalabile, adatto a tanti corridori, non solo agli scalatori puri. Penso arriverà un gruppetto in volata, con tutti i leader davanti. È più un traguardo per chi punta al successo di tappa, ma per gli uomini di classifica sentire le gambe girare a dovere sarà sicuramente un’iniezione di fiducia».

SECONDO ARRIVO IN SALITA: NOSTRA SIGNORA DELLA GUARDIA (10a tappa). «Primo vero test in salita. Nove km regolari, mi ricorda il Passo Lanciano. Qui si comincerà a capire chi punta seriamente alla vittoria finale. In tutta la tappa non c’è un metro di pianura e spesso le strade non sono delle migliori. Una giornata di caldo può renderla ancora più dura. Ci sarà da tribolare e da correre con gli occhi bene aperti».

TERZO ARRIVO IN SALITA: TRE CIME DI LAVAREDO (15a tappa). «Tante salite da arrivare allo sfinimento. Le Tre Cime di Lavaredo hanno un finale durissimo, come l’inizio, in qualche tratto la pendenza ricorda il Mortirolo: chi va in crisi perde il Giro, per chi sta bene è il trampolino migliore. Il Giau non finisce mai. Quindici km difficili, con punte che ti stroncano: sembra lo Stelvio. Salendo, Damiano dice di aver perso il conto dei tornanti. E prima del Giau è sicuro che ci sarà una fuga. Per questa tappa prevedo una corsa a eliminazione».

QUARTO ARRIVO IN SALITA: ZONCOLAN (17a tappa). «Sapevamo che lo Zoncolan era molto impegnativo, ma quando siamo andati in ricognizione ci ha sorpreso: è terribile! Damiano l’aveva provata a gennaio, con la neve; l’abbiamo rifatta insieme a metà aprile. Si fa tanta fatica sin dall’inizio e ciò che fa più impressione è che non si possono recuperare energie, perché non ci sono tornanti dove rifiatare e rilanciare l’azione. Si è sempre al massimo dello sforzo, su rampe al 20% che non spianano mai. Penso che lo Zoncolan sarà importante nell’economia del Giro».

CIMA COPPI: COLLE DELL’AGNELLO (12a tappa). «L’Agnello non l’abbiamo provato, perché ad aprile c’erano ancora tre metri di neve e stavano pulendo e risistemando la strada. Questa è una tappa che sulla carta passa un po’ inosservata, ma non è assolutamente una tappa interlocutoria! Sull’Agnello si sale regolari, le pendenze non consentono scatti e dopo aver superato i duemila metri rimangono ancora otto km di salita. Lo ricordo bene perché qui si decise il Giro di Garzelli nel 2000. In generale, è un Giro che mi piace. Forse manca il classico “tappone”, quello che racchiude le cinque salite più importanti di sempre, ma le difficoltà non mancano comunque. Anzi, sono ben distribuite».

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