Redazione

In quattordici stagioni da professionista Felice Gimondi non ha mai rinunciato al Giro d’Italia, dove è sempre stato protagonista: ne ha vinti tre (1967, 1969 e 1976) e in nove edizioni è salito sul podio.

Il ricordo più bello è legato al terzo Giro conquistato: «Avevo già 34 anni e all’inizio della corsa gli osservatori mi attribuivano un ruolo importante, ma non i favori del pronostico. Invece vinsi, smentendo tutti».

Quando conquistò il primo Giro, invece, era già un corridore affermato a livello internazionale: «Avevo vinto il Tour de France e la Parigi-Roubaix. All’estero mi trovavo meglio, perchè soffrivo la tattica delle corse in Italia, che imponeva repentini cambiamenti di ritmo. Quella maglia rosa rappresentò quindi per me la consacrazione definitiva».

La storia di Basso, affermatosi prima in Francia che in Italia, ricorda un po’ la sua…
Mah, il fatto di imporsi prima all’estero che nel nostro Paese ha un valore relativo… Dal punto di vista tecnico, invece, può darsi che Basso, come me, soffra le variazioni di ritmo, abbia necessità di “carburare” e quindi si adatti meglio alle corse francesi, più agonistiche e meno tattiche di quelle italiane.

Il duello tra lui e Cunego deciderà il Giro?
La corsa si giocherà sostanzialmente sui loro nomi, ma non trascurerei troppo Simoni, Garzelli e Savoldelli.

Non vede pericoli stranieri, insomma…
La partecipazione è decisamente più ampia rispetto al recente passato. Aspetto con interesse Beloki, tornato agli ordini di Manolo Saiz, un tecnico che lo conosce bene.

C’è un giovane sul quale si sentirebbe di puntare?
Direi soprattutto Scarponi, che potrà muoversi con una certa libertà per fare la sua corsa.

In un percorso così duro, quale potrebbe essere la fase cruciale?
L’ultima settimana è molto impegnativa. D’accordo le Dolomiti, ma anche la cronometro Chieri-Torino, con il Colle di Superga in mezzo, non è uno scherzo. E le salite in Piemonte avranno il loro peso.

Che effetto le fa questo Giro tornato “mondiale”?
Sicuramente è una bella iniezione di valore e di prestigio. Mi auguro che le partecipazioni importanti si confermino anche in futuro e che tutto il ciclismo – non solo il Giro d’Italia – recuperi quel gusto dei duelli e degli scontri diretti che hanno fatto la sua fortuna.

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