Un figlio pratica sport: quale equilibrio trovare tra il disinteresse e l'interferenza? Se ne è parlato in un recente convegno del Csi Milano. La testimonianza di un presidente-papà


Redazione

20/02/2008

di Mauro COLOMBO

Un’alleanza tra famiglie e società sportive nell’ottica di una corretta educazione dei giovani. È questo il “patto” sancito nel recente incontro tra preti e presidenti dei sodalizi che fanno capo al Csi Milano, sul tema “Genitori a bordo campo”. Circa 130 i presenti e una quindicina gli interventi, ruotati intorno alla relazione del professor Roberto Mauri (al centro di un dvd in distribuzione alla convention Csi del prossimo 15 marzo).

«Da presidente posso dire di essere stato un pessimo genitore…». A parlare è Norberto Mazzucchelli, un passato da cestista e refertista, un presente da massimo dirigente dell’Unione Sportiva San Barnaba di Milano, dove ha militato il suo primogenito Alessandro e dove ora il secondo figlio Giovanni (18 anni) gioca a basket nella categoria Open. «Sono stato un tifoso molto “presente” e non sempre sono rimasto “a bordo campo” come avrei dovuto – racconta -. Finché un giorno Giovanni mi ha detto: “Se faccio qualcosa in campo è perché lo chiede il mio coach: quindi tu stai buono…”».

Le ha posto un limite…
Proprio così. In effetti l’atteggiamento di un genitore verso un figlio che fa sport oscilla tra il disinteresse e l’interferenza. Il problema è quello di trovare la posizione giusta, che al convegno è stata felicemente sintetizzata nell’espressione “a bordo campo”.

E come padri e figli possono trovare la giusta combinazione tra motivazioni e aspettative di entrambi?
Il primo segreto è il coinvolgimento, perché vince qualsiasi disinteresse: tutti i genitori hanno piacere nel vedere i loro figli giocare. Il rischio è appunto scivolare nell’estremo opposto: ritenersi cioè legittimati a intervenire in questioni tecniche o societarie che non competono loro. Da qui possono nascere attriti con la società, ma soprattutto con i figli stessi. Quindi al coinvolgimento deve accompagnarsi la consapevolezza del ruolo, che dev’essere ben definito. In questo senso, per esempio, intendo approfondire i contenuti emersi nel convegno con i dirigenti e i tecnici della mia società, ma anche con i genitori. In fondo, abbiamo una grande fortuna…

E cioè?
Facciamo capo al Csi. Una realtà che non va in campo per vincere, ma per giocare, stare insieme, costruire rapporti. Nessuno vuole certo insegnare come “essere” genitori, ma credo che possiamo dare qualche utile spunto di riflessione.

Lo sport è un valido terreno di dialogo tra genitori e figli?
Certamente, e parlo per esperienza personale. Il dialogo può far difetto su altri fronti, soprattutto nel periodo dell’adolescenza, quando il ragazzo cerca una propria autonomia arrivando magari a rifiutare il genitore. Ma sullo sport il rapporto non viene mai a mancare. È l’ambito in cui un genitore può entrare in contatto più facilmente con il figlio.

Al convegno sono stati presentati “i sette sacramenti dei genitori sportivi”, preceduti dalla parola “saper”: vincere, perdere, lottare, controllare, aspettare, vedere, cogliere l’essenziale. Qual è il più difficile da osservare?
Direi “aspettare”. In tutti i sensi, ma soprattutto in questo: il genitore riversa inevitabilmente sul figlio le proprie aspettative e di conseguenza vorrebbe risultati immediati; è fondamentale, invece, che riesca a cogliere quanto il ragazzo vuole veramente dal suo rapporto con lo sport.

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