Dopo la brutta figura nella Confederation Cup, per Lippi è il momento delle scelte: insistere sugli eroi di Berlino, oppure voltare pagina e immettere forze fresche?

Mauro COLOMBO
Redazione

Eliminati nel girone di qualificazione, lontani dal Brasile, ma superati anche dagli Stati Uniti. Capaci di battere solo questi ultimi, per poi soccombere davanti all’Egitto e – rovinosamente – davanti ai carioca. Il Ct Marcello Lippi che macchia il suo curriculum: mai la sua Nazionale aveva subito due sconfitte consecutive, mai aveva perso con tre gol di scarto. A un anno dai Mondiali sudafricani, il test della Confederation Cup apre squarci inquietanti sul futuro prossimo dell’Italia del calcio, che tra dodici mesi dovrà difendere il titolo conquistato in Germania nel 2006.
L’azzurro pallido della nuova divisa si è perfettamente intonato alle prestazioni della squadra, che ha messo in mostra una condizione fisica a dir poco approssimativa, limiti tecnici anche imbarazzanti in alcuni elementi e un disegno tattico inadeguato. Lippi ha provato le tre punte che, se da un lato non hanno garantito prolificità offensiva (tre gol in tre partite, e tutti contro gli Usa), dall’altro hanno finito per sguarnire un centrocampo incapace di reggere quel modulo a causa di uomini fuori forma (Gattuso) o fuori ruolo (se Pirlo deve giocare sulla fascia, è meglio che stia fuori). Ma soprattutto la Confederation Cup ha fornito l’impressione che più di un eroe di Berlino sia giunto a fine corsa. La considerazione vale per Toni e Zambrotta, parzialmente per Grosso e Camoranesi, ma pure per Cannavaro, più simile al fratello che al fuoriclasse capace di arrivare al Pallone d’oro.
La storia della Nazionale insegna che tutti i Commissari tecnici faticano a “staccarsi” dagli uomini con cui hanno realizzato imprese straordinarie. È stato così per Pozzo, per Valcareggi e per Bearzot. È così anche per Lippi, la cui insistenza sugli eroi di Germania 2006 è figlia sì della riconoscenza, ma anche dell’addio sdegnato che lui diede alla Nazionale dopo la finalissima di Berlino. Se all’epoca fosse rimasto sulla panchina azzurra, il Ct avrebbe avuto quattro anni pieni di tempo per programmare la transizione verso una generazione di nuovi protagonisti. Richiamato invece dopo il fallimento degli Europei, il tecnico viareggino ha dovuto impostare la campagna in vista dei Mondiali 2010 avendo meno di due anni a disposizione. Scontato che, con così poco margine, si rivolgesse agli uomini che conosceva meglio e di cui si fidava maggiormente.
A questo punto, però, il tempo del limbo è finito. Se Lippi vuole insistere sui “tedeschi”, ha certo le spalle sufficientemente larghe per reggere il peso di una scelta che al momento pare impopolare. Se invece vuole voltare pagina e fare una robusta iniezione di forze fresche (da Santon a Marchisio, da Giovinco ad Acquafresca, a Balotelli, senza dimenticare Giuseppe Rossi, che però nel “giro” è già entrato), deve farlo subito, per effettuare un minimo di collaudo sulla nuova “macchina”. È vero che in extremis possono capitare liete sorprese (Rossi e Cabrini nel 1978, Schillaci nel 1990), ma è meglio non abusare del tradizionale “stellone”. Eliminati nel girone di qualificazione, lontani dal Brasile, ma superati anche dagli Stati Uniti. Capaci di battere solo questi ultimi, per poi soccombere davanti all’Egitto e – rovinosamente – davanti ai carioca. Il Ct Marcello Lippi che macchia il suo curriculum: mai la sua Nazionale aveva subito due sconfitte consecutive, mai aveva perso con tre gol di scarto. A un anno dai Mondiali sudafricani, il test della Confederation Cup apre squarci inquietanti sul futuro prossimo dell’Italia del calcio, che tra dodici mesi dovrà difendere il titolo conquistato in Germania nel 2006.L’azzurro pallido della nuova divisa si è perfettamente intonato alle prestazioni della squadra, che ha messo in mostra una condizione fisica a dir poco approssimativa, limiti tecnici anche imbarazzanti in alcuni elementi e un disegno tattico inadeguato. Lippi ha provato le tre punte che, se da un lato non hanno garantito prolificità offensiva (tre gol in tre partite, e tutti contro gli Usa), dall’altro hanno finito per sguarnire un centrocampo incapace di reggere quel modulo a causa di uomini fuori forma (Gattuso) o fuori ruolo (se Pirlo deve giocare sulla fascia, è meglio che stia fuori). Ma soprattutto la Confederation Cup ha fornito l’impressione che più di un eroe di Berlino sia giunto a fine corsa. La considerazione vale per Toni e Zambrotta, parzialmente per Grosso e Camoranesi, ma pure per Cannavaro, più simile al fratello che al fuoriclasse capace di arrivare al Pallone d’oro.La storia della Nazionale insegna che tutti i Commissari tecnici faticano a “staccarsi” dagli uomini con cui hanno realizzato imprese straordinarie. È stato così per Pozzo, per Valcareggi e per Bearzot. È così anche per Lippi, la cui insistenza sugli eroi di Germania 2006 è figlia sì della riconoscenza, ma anche dell’addio sdegnato che lui diede alla Nazionale dopo la finalissima di Berlino. Se all’epoca fosse rimasto sulla panchina azzurra, il Ct avrebbe avuto quattro anni pieni di tempo per programmare la transizione verso una generazione di nuovi protagonisti. Richiamato invece dopo il fallimento degli Europei, il tecnico viareggino ha dovuto impostare la campagna in vista dei Mondiali 2010 avendo meno di due anni a disposizione. Scontato che, con così poco margine, si rivolgesse agli uomini che conosceva meglio e di cui si fidava maggiormente.A questo punto, però, il tempo del limbo è finito. Se Lippi vuole insistere sui “tedeschi”, ha certo le spalle sufficientemente larghe per reggere il peso di una scelta che al momento pare impopolare. Se invece vuole voltare pagina e fare una robusta iniezione di forze fresche (da Santon a Marchisio, da Giovinco ad Acquafresca, a Balotelli, senza dimenticare Giuseppe Rossi, che però nel “giro” è già entrato), deve farlo subito, per effettuare un minimo di collaudo sulla nuova “macchina”. È vero che in extremis possono capitare liete sorprese (Rossi e Cabrini nel 1978, Schillaci nel 1990), ma è meglio non abusare del tradizionale “stellone”.

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