Il pallone, i giovani e le Ferrari

di Leo GABBI
Redazione

Ha stupito, ma neanche troppo, una delle più recenti esternazioni di José Mourinho a proposito di Mario Balotelli. «Quelli della sua età pensano quasi tutti solo alla Ferrari», ha detto, prendendo a pretesto alcune prestazioni deludenti in allenamento del calciatore per toccare un problema ben più vasto, che coinvolge un’intera generazione.
Il tecnico portoghese è giunto alla conclusione che, salvo poche eccezioni, i ventenni talenti del calcio si assomigliano un po’ tutti. «È una questione generazionale – ha spiegato Mou -. Parlando con l’allenatore della Primavera dell’Inter, mi spiegava che è un problema ormai diffuso e comune a questa generazione di giovani, delle persone che girano intorno a questi ragazzi, della cultura superficiale che respirano. Un ragazzo di 19-20 anni che è felice di guidare una macchina piccola è l’eccezione, quasi un miracolo».
Ma non è soltanto una questione di fuoriserie, di abiti firmati o di serate votate all’eccesso. Ecco, forse è il senso della misura a mancare, e spesso questa dilatazione degli spazi e dei limiti viene alimentata dai grandi, amici o parenti, che creano o alimentano un successo al primo gol o alla prima grande parata, senza rendersi conto dei danni che si possono creare nella psiche di un ragazzo non abituato a simili vertigini.
Sia chiaro, ci sono le dovute eccezioni: forse la più raggiante è stata Kakà, colui che Berlusconi ha definito «il bravo ragazzo a cui ogni padre sognerebbe di dare in sposa la propria figlia». Ma il brasiliano di San Paolo ora ha abbandonato il nostro campionato e si fatica a ritrovare buoni esempi. Persino il tanto decantato Santon, giovane terzino dell’Inter, spesso messo in contrapposizione agli eccessi del compagno Balotelli, ha incontrato qualche difficoltà, se il vicepresidente del club Paolillo lo ha un po’ ripreso pubblicamente per qualche uscita notturna di troppo. Forse, però, il problema non è legato al calcio in particolare: sono i modelli culturali di riferimento, fatui e inconsistenti, a rendere i giovani d’oggi, famosi o no, più fragili. Ha stupito, ma neanche troppo, una delle più recenti esternazioni di José Mourinho a proposito di Mario Balotelli. «Quelli della sua età pensano quasi tutti solo alla Ferrari», ha detto, prendendo a pretesto alcune prestazioni deludenti in allenamento del calciatore per toccare un problema ben più vasto, che coinvolge un’intera generazione.Il tecnico portoghese è giunto alla conclusione che, salvo poche eccezioni, i ventenni talenti del calcio si assomigliano un po’ tutti. «È una questione generazionale – ha spiegato Mou -. Parlando con l’allenatore della Primavera dell’Inter, mi spiegava che è un problema ormai diffuso e comune a questa generazione di giovani, delle persone che girano intorno a questi ragazzi, della cultura superficiale che respirano. Un ragazzo di 19-20 anni che è felice di guidare una macchina piccola è l’eccezione, quasi un miracolo».Ma non è soltanto una questione di fuoriserie, di abiti firmati o di serate votate all’eccesso. Ecco, forse è il senso della misura a mancare, e spesso questa dilatazione degli spazi e dei limiti viene alimentata dai grandi, amici o parenti, che creano o alimentano un successo al primo gol o alla prima grande parata, senza rendersi conto dei danni che si possono creare nella psiche di un ragazzo non abituato a simili vertigini.Sia chiaro, ci sono le dovute eccezioni: forse la più raggiante è stata Kakà, colui che Berlusconi ha definito «il bravo ragazzo a cui ogni padre sognerebbe di dare in sposa la propria figlia». Ma il brasiliano di San Paolo ora ha abbandonato il nostro campionato e si fatica a ritrovare buoni esempi. Persino il tanto decantato Santon, giovane terzino dell’Inter, spesso messo in contrapposizione agli eccessi del compagno Balotelli, ha incontrato qualche difficoltà, se il vicepresidente del club Paolillo lo ha un po’ ripreso pubblicamente per qualche uscita notturna di troppo. Forse, però, il problema non è legato al calcio in particolare: sono i modelli culturali di riferimento, fatui e inconsistenti, a rendere i giovani d’oggi, famosi o no, più fragili. La responsabilità degli adulti Il psicoterapeuta Raffaele Morelli, intervistato in merito dalla Gazzetta dello Sport, ricordava che «se i giovani vengono invitati solo all’obiettivo di ciò che possiedi, allora ecco che tutto diventa distorto. I soldi, le macchine, le belle donne, i vestiti firmati non danno la felicità. La felicità viene dal fare le cose che ti piacciono, dallo stare con le persone che ti vogliono bene». Un problema di modelli quindi, ma i modelli non vengono dai giovani, sono gli adulti a trasferire loro i riferimenti sbagliati.Valori come l’umiltà, la lealtà, il sacrificarsi l’uno per l’altro stanno diventando merce sempre più rara sui campi, ma anche fuori dal rettangolo di gioco. Ma limitandoci al calcio, basterebbe vedere cosa capita su alcuni campetti di periferia, la domenica mattina, quando si affrontano squadre di giovanissimi. In quel caso lo spettacolo, si fa per dire, non avviene in campo, ma sugli spalti. Genitori ultrà che incitano i propri ragazzini a vincere a ogni costo, senza nessun riguardo allo spirito di squadra, ma esaltando solo uno sfrenato individualismo, arrivando a insultare non solo l’arbitro, ma anche i piccoli avversari, senza esitare in casi estremi (ma non isolati) ad accapigliarsi con altri padri o madri vicini di posto, senza porsi il minimo scrupolo educativo.E se a questo aggiungiamo che in Italia conta quasi solo vincere, costi quel che costi, e chi tenta scorciatoie anche illecite non viene giudicato come disonesto, ma come una sorta di furbacchione che fa bene ad aggirare gli ostacoli (o a non pagare le tasse), allora poi è difficile stupirsi di certe derive giovanili.

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