Nell'anno del centenario del Giro d'Italia, è dedicata al vincitore della prima edizione nel 1909 l'ultima fatica editoriale dell'inviato della "Gazzetta dello Sport" Claudio Gregori

Mauro COLOMBO
Redazione

Ci sono giornalisti e scrittori incapaci di manifestare la loro cultura senza farsene un vanto, sfociando talvolta nell’arroganza. Ce ne sono altri, invece, ben lieti di mettere le loro conoscenze a disposizione del pubblico, in un’ottica di servizio che crea un circolo virtuoso tra chi scrive e chi legge.
A questa seconda schiera, per signorilità umana e professionale, appartiene sicuramente Claudio Gregori. Avrebbe potuto scrivere di storia, di arte o di letteratura. Per fortuna degli appassionati, invece, si occupa di sport. Ed essendo anche persona genuina, scrive molto di una delle discipline più genuine: tale resta il ciclismo, malgrado i brogli di quanti negli ultimi tempi hanno cercato di adulterarne l’essenza.
Inviato della Gazzetta dello Sport al seguito di 23 Giri d’Italia e autore della storia del ciclismo per l’Enciclopedia Treccani, nell’anno che celebra il centenario della “corsa rosa” Gregori ha deciso di dedicare la sua ultima fatica editoriale al corridore che ne vinse la prima edizione: Luigi Ganna. In linea con lo stile dell’autore, Ganna, il romanzo del vincitore del primo Giro d’Italia del 1909 (Vallardi, 15 euro, 274 pagine) non è semplicemente un libro di sport, ma piuttosto l’affresco di un periodo, dalla Belle Epoque alla Grande Guerra, gli anni in cui la bici si trasforma in aeroplano.
Ganna nasce nel 1883 (lo stesso di Mussolini), nono di dieci figli di due contadini di Induno Olona (ma Gregori ricostruisce la vita e la storia della sua famiglia risalendo fino al 1400). Fin da ragazzo fa il muratore. Va al Pontaccio, a Milano, dove viene reclutato. Si fa 110 chilometri al giorno in bicicletta. La sua vocazione nasce così.
Il libro si apre con la sua strepitosa vittoria nella Milano-Sanremo del 1909: un braccio di ferro memorabile con Emile Georget, chiuso da una fuga solitaria di cento chilometri. Il racconto è coinvolgente. L’avventura nella neve di Christophe nella Sanremo del 1910 sembra tratta dalle pagine di Turgenev.
La bici è già cavallo alato. La cavalcano Salgari e Tolstoj, Manet e D’Annunzio, Marinetti e i futuristi, Pierre e Marie Curie, Lina Cavalieri e Sarah Bernhardt. La bici seduce il mondo e conquista Milano, sfidando il brum e affrontando draghi nuovi. Dal libro affiorano personaggi incredibili, come Luigi Masetti che va col “bicicletto” alla Casa Bianca e viene accolto dal presidente degli Stati Uniti. C’è il Conte Braida che dà scandalo. E perfino Kafka, che ammirato guarda volare il “ciclista di Gorla”.
E ci sono naturalmente i Giganti della Strada, con i loro soprannomi sfolgoranti: Gerbi, “Il Diavolo Rosso”; Cuniolo, “Manina”; Rossignoli, “Baslot”; Henri Pélissier, “La Plume”… Vengono descritti i machiavelli di Gerbi, i monti volanti e gli iris di Van Gogh. L’olifante suona a Legnano. Con l’urlo di Munch ci sono i bari di Caravaggio. C’è la cometa di Halley. La bici si muove in un alone di bellezza e di poesia.
C’è l’avventura dei Tre Moschettieri al Tour, la scoperta della Sicilia. Ci sono il grande Faber, Lapize e Petit-Breton. Si parla del record dell’ora, dell’Arena di Milano e del Parco dei Principi di Parigi. C’è, soprattutto, il racconto del primo Giro d’Italia: sette capitoli ricchi di episodi stupefacenti. L’inviato de La Stampa che parte sulla predella della Zust, la frusta di Cougnet che sibila sopra le scapole dei corridori, il traguardo che scappa, i bari che prendono il treno, l’avvelenamento di Ganna.
La strada è avventura e calvario. Regala, però, il prodigio della visione. C’è Ganna solo contro tutti, vincitore della Seicento Chilometri, atterrato dal Fato, a piedi sul Sestriere, che si allontana in una luce di opale, mentre si accende una supernova: Girardengo. C’è l’eroismo di Faber, la tragedia di Oriani e Lapize, il dramma di Passerieu. C’è, però, anche la favola. L’ultimo capitolo offre due splendide bugie firmate da Orio Vergani e Indro Montanelli. Un libro che regala stupori. Ci sono giornalisti e scrittori incapaci di manifestare la loro cultura senza farsene un vanto, sfociando talvolta nell’arroganza. Ce ne sono altri, invece, ben lieti di mettere le loro conoscenze a disposizione del pubblico, in un’ottica di servizio che crea un circolo virtuoso tra chi scrive e chi legge.A questa seconda schiera, per signorilità umana e professionale, appartiene sicuramente Claudio Gregori. Avrebbe potuto scrivere di storia, di arte o di letteratura. Per fortuna degli appassionati, invece, si occupa di sport. Ed essendo anche persona genuina, scrive molto di una delle discipline più genuine: tale resta il ciclismo, malgrado i brogli di quanti negli ultimi tempi hanno cercato di adulterarne l’essenza.Inviato della Gazzetta dello Sport al seguito di 23 Giri d’Italia e autore della storia del ciclismo per l’Enciclopedia Treccani, nell’anno che celebra il centenario della “corsa rosa” Gregori ha deciso di dedicare la sua ultima fatica editoriale al corridore che ne vinse la prima edizione: Luigi Ganna. In linea con lo stile dell’autore, Ganna, il romanzo del vincitore del primo Giro d’Italia del 1909 (Vallardi, 15 euro, 274 pagine) non è semplicemente un libro di sport, ma piuttosto l’affresco di un periodo, dalla Belle Epoque alla Grande Guerra, gli anni in cui la bici si trasforma in aeroplano.Ganna nasce nel 1883 (lo stesso di Mussolini), nono di dieci figli di due contadini di Induno Olona (ma Gregori ricostruisce la vita e la storia della sua famiglia risalendo fino al 1400). Fin da ragazzo fa il muratore. Va al Pontaccio, a Milano, dove viene reclutato. Si fa 110 chilometri al giorno in bicicletta. La sua vocazione nasce così.Il libro si apre con la sua strepitosa vittoria nella Milano-Sanremo del 1909: un braccio di ferro memorabile con Emile Georget, chiuso da una fuga solitaria di cento chilometri. Il racconto è coinvolgente. L’avventura nella neve di Christophe nella Sanremo del 1910 sembra tratta dalle pagine di Turgenev.La bici è già cavallo alato. La cavalcano Salgari e Tolstoj, Manet e D’Annunzio, Marinetti e i futuristi, Pierre e Marie Curie, Lina Cavalieri e Sarah Bernhardt. La bici seduce il mondo e conquista Milano, sfidando il brum e affrontando draghi nuovi. Dal libro affiorano personaggi incredibili, come Luigi Masetti che va col “bicicletto” alla Casa Bianca e viene accolto dal presidente degli Stati Uniti. C’è il Conte Braida che dà scandalo. E perfino Kafka, che ammirato guarda volare il “ciclista di Gorla”.E ci sono naturalmente i Giganti della Strada, con i loro soprannomi sfolgoranti: Gerbi, “Il Diavolo Rosso”; Cuniolo, “Manina”; Rossignoli, “Baslot”; Henri Pélissier, “La Plume”… Vengono descritti i machiavelli di Gerbi, i monti volanti e gli iris di Van Gogh. L’olifante suona a Legnano. Con l’urlo di Munch ci sono i bari di Caravaggio. C’è la cometa di Halley. La bici si muove in un alone di bellezza e di poesia.C’è l’avventura dei Tre Moschettieri al Tour, la scoperta della Sicilia. Ci sono il grande Faber, Lapize e Petit-Breton. Si parla del record dell’ora, dell’Arena di Milano e del Parco dei Principi di Parigi. C’è, soprattutto, il racconto del primo Giro d’Italia: sette capitoli ricchi di episodi stupefacenti. L’inviato de La Stampa che parte sulla predella della Zust, la frusta di Cougnet che sibila sopra le scapole dei corridori, il traguardo che scappa, i bari che prendono il treno, l’avvelenamento di Ganna.La strada è avventura e calvario. Regala, però, il prodigio della visione. C’è Ganna solo contro tutti, vincitore della Seicento Chilometri, atterrato dal Fato, a piedi sul Sestriere, che si allontana in una luce di opale, mentre si accende una supernova: Girardengo. C’è l’eroismo di Faber, la tragedia di Oriani e Lapize, il dramma di Passerieu. C’è, però, anche la favola. L’ultimo capitolo offre due splendide bugie firmate da Orio Vergani e Indro Montanelli. Un libro che regala stupori.

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