Benedetto XVI rivolge un messaggio al Tour augurandosi «che l'impegno nello sport non sia mai separato dal rispetto dei valori morali». L'ex campione francese non la prende bene («perché non si parla mai di chi si droga tutti i giorni? Dobbiamo smetterla con questi discorsi»), ma�è smentito dal corridore abruzzese, trovato "positivo" al Giro d'Italia

Mauro COLOMBO
Redazione

Quando correva, Bernard Hinault era temuto dagli avversari, oltre che per la classe e la grinta, anche per la capacità di “leggere” la corsa. Tattico abilissimo, dosava gli sforzi e sapeva sempre quando attendere e quando attaccare a fondo. Così ha vinto cinque Tour de France, tre Giri d’Italia, un campionato del mondo e quasi tutte le principali “classiche” internazionali. Alla luce della riconosciuta sagacia strategica dell’ex fuoriclasse bretone, appare sorprendentemente intempestiva la sua esternazione a proposito del messaggio di saluto e di auguri che Benedetto XVI ha rivolto nei giorni scorsi alla “carovana” del Tour de France, di passaggio vicino a Les Combes di Introd, dove il Santo Padre si trova per un periodo di riposo.
Diffuso dal direttore della Sala stampa vaticana padre Federico Lombardi, questo era il messaggio del Papa: «Il Santo Padre indirizza il suo cordiale saluto a tutti gli atleti e agli organizzatori della corsa e allarga allo stesso tempo il suo pensiero a tutti gli sportivi impegnati in questo periodo in varie attività e competizioni, augurando che l’impegno nello sport contribuisca alla crescita integrale della persona, non sia mai separato dal rispetto dei valori morali e sia attento ai valori educativi».
È proprio la “chiusa” finale ad aver mandato fuori giri Hinault, oggi tra i dirigenti organizzatori del Tour. Chiamato a commentare le parole di Benedetto XVI, Hinault ha prima sottolineato che «il Papa ha incoraggiato tutti a fare quanto in loro potere affinché la gara si svolga nelle migliori condizioni possibili». Ma, alla domanda se le parole del Pontefice si potessero interpretare anche come una condanna all’uso di doping, l’ex campione ha replicato risentito: «Perché non si parla mai di chi si droga tutti i giorni? Dobbiamo smetterla con questi discorsi perché questi problemi, purtroppo, non riguardano solo lo sport».
Al di là del tono stizzito, la difesa d’ufficio di Hinault è comprensibile (provenendo da chi ha dedicato la propria vita allo sport), ma non giustificabile: il Papa non intendeva mettere il ciclismo sotto processo, e anzi le sue parole valgono da incoraggiamento morale nei confronti di chi è impegnato a guarire questo mondo da una piaga purtroppo manifesta. Ma le parole di Hinault suonano ancor più stonate a seguito della notizia, diffusa poche ore dopo, in base alla quale Danilo Di Luca, secondo all’ultimo Giro d’Italia, è risultato positivo alla “Cera” (l’Epo di terza generazione) in due controlli effettuati durante la corsa rosa. Sino a prova definitiva, ovviamente, vale la presunzione di innocenza; ma le dichiarazioni del corridore abruzzese («se risulterò positivo anche alle controanalisi, smetterò di correre») autorizzano il dubbio.
Il destino del ciclismo sembra purtroppo questo: personaggi anche autorevoli non fanno in tempo a ergersi in sua difesa, che corridori – spesso di primo piano – vengono colti con la pedivella nel sacco. Non per questo la lotta al doping deve essere scoraggiata, tutt’altro. Però, e a maggior ragione, si dovrebbe riflettere prima di replicare in modo sdegnato a chi semplicemente prende atto di un problema e se ne augura una soluzione. Quando correva, Bernard Hinault era temuto dagli avversari, oltre che per la classe e la grinta, anche per la capacità di “leggere” la corsa. Tattico abilissimo, dosava gli sforzi e sapeva sempre quando attendere e quando attaccare a fondo. Così ha vinto cinque Tour de France, tre Giri d’Italia, un campionato del mondo e quasi tutte le principali “classiche” internazionali. Alla luce della riconosciuta sagacia strategica dell’ex fuoriclasse bretone, appare sorprendentemente intempestiva la sua esternazione a proposito del messaggio di saluto e di auguri che Benedetto XVI ha rivolto nei giorni scorsi alla “carovana” del Tour de France, di passaggio vicino a Les Combes di Introd, dove il Santo Padre si trova per un periodo di riposo.Diffuso dal direttore della Sala stampa vaticana padre Federico Lombardi, questo era il messaggio del Papa: «Il Santo Padre indirizza il suo cordiale saluto a tutti gli atleti e agli organizzatori della corsa e allarga allo stesso tempo il suo pensiero a tutti gli sportivi impegnati in questo periodo in varie attività e competizioni, augurando che l’impegno nello sport contribuisca alla crescita integrale della persona, non sia mai separato dal rispetto dei valori morali e sia attento ai valori educativi».È proprio la “chiusa” finale ad aver mandato fuori giri Hinault, oggi tra i dirigenti organizzatori del Tour. Chiamato a commentare le parole di Benedetto XVI, Hinault ha prima sottolineato che «il Papa ha incoraggiato tutti a fare quanto in loro potere affinché la gara si svolga nelle migliori condizioni possibili». Ma, alla domanda se le parole del Pontefice si potessero interpretare anche come una condanna all’uso di doping, l’ex campione ha replicato risentito: «Perché non si parla mai di chi si droga tutti i giorni? Dobbiamo smetterla con questi discorsi perché questi problemi, purtroppo, non riguardano solo lo sport».Al di là del tono stizzito, la difesa d’ufficio di Hinault è comprensibile (provenendo da chi ha dedicato la propria vita allo sport), ma non giustificabile: il Papa non intendeva mettere il ciclismo sotto processo, e anzi le sue parole valgono da incoraggiamento morale nei confronti di chi è impegnato a guarire questo mondo da una piaga purtroppo manifesta. Ma le parole di Hinault suonano ancor più stonate a seguito della notizia, diffusa poche ore dopo, in base alla quale Danilo Di Luca, secondo all’ultimo Giro d’Italia, è risultato positivo alla “Cera” (l’Epo di terza generazione) in due controlli effettuati durante la corsa rosa. Sino a prova definitiva, ovviamente, vale la presunzione di innocenza; ma le dichiarazioni del corridore abruzzese («se risulterò positivo anche alle controanalisi, smetterò di correre») autorizzano il dubbio.Il destino del ciclismo sembra purtroppo questo: personaggi anche autorevoli non fanno in tempo a ergersi in sua difesa, che corridori – spesso di primo piano – vengono colti con la pedivella nel sacco. Non per questo la lotta al doping deve essere scoraggiata, tutt’altro. Però, e a maggior ragione, si dovrebbe riflettere prima di replicare in modo sdegnato a chi semplicemente prende atto di un problema e se ne augura una soluzione.

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