Nel “mercato” del pallone è sempre più diffusa una pratica che può rendere allenatori e giocatori “prigionieri” delle rispettive società

di Leo GABBI

Lionel Messi

Fino a qualche settimana fa Vincenzo Montella era uno degli allenatori più ambiti della Serie A: poi incomprensioni e malintesi l’hanno allontanato dalla panchina della Fiorentina, ma tutti pensavano che si potesse rapidamente accasare in un club ancora più prestigioso. Invece è accaduto che Montella è rimasto a spasso. Tra le varie cause, quella più concreta è legata alla famosa clausola che il club interessato avrebbe dovuto versare ai viola per liberare l’allenatore. E non parliamo di spiccioli, bensì di svariati milioni di euro, argomento che per giorni è bastato per tenere alla larga molte società, già in difficoltà a riconoscere ingaggi generosi, figuriamoci se poi, oltre ai giocatori, bisogna anche riscattare i mister…

Quella della clausola è una consuetudine mica solo italiana: anzi, sono stati i club inglesi e spagnoli a cominciare questo balletto, che subito magari portava anche qualche vantaggio al tesserato, perché la clausola non veniva posta a costo zero, ma che poi finiva in alcuni casi per rendere quasi “prigionieri” alcuni assi del calcio, per la richiesta altissima di questo “paletto”, quasi sempre utile al club per scoraggiare le concorrenti più aggressive. All’estero Ronaldo e Bale sono stati “blindati” dal Real Madrid con la clausola-monstre di un miliardo di euro ciascuno, mentre il Barcellona per Messi si è “accontentato” di 250 milioni di euro. Ancora più impressionanti le cifre per le giovani promesse, come quella per il giovanissimo difensore francese Raphael Varane, che il Real non vuole assolutamente perdere: così anche su di lui pende una clausola da 30 milioni di euro.

Tornando al calcio di casa nostra, nei giorni scorsi si era parlato di una clausola-capestro che avrebbe interessato anche l’ex centrocampista dell’Empoli Mirko Valdifiori, passato a Napoli col suo mentore Maurizio Sarri, fresco mister dei partenopei: tutto poi si è ridimensionato, ma le condizioni contrattuali – al pari dei bonus che sempre più sostituiscono la parte fissa (legando i compensi agli obiettivi stagionali) – stanno subendo una rapida trasformazione, così come le trattative tra club e giocatori sui diritti d’immagine, voce strategica a causa dello strapotere della pubblicità.

D’altronde, nulla di nuovo sotto il sole: su Tuttosport Sandro Bocchio ricorda come quasi cent’anni fa, nel 1919, fu il cinema a rischiare di essere imprigionato tra le carte bollate; solo che allora «tre star dell’epoca (Charlie Chaplin, Douglas Fairbanks e Mary Pickford) e uno straordinario regista (David Wark Griffith) diedero vita alla casa United Artists, proprio per difendersi dallo strapotere dei già grandi – e prepotenti – produttori dell’epoca, rendendosi indipendenti». Chissà che anche l’Assocalciatori non pensi a qualcosa di analogo, un secolo dopo…

 

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