Con l’assassinio della fidanzata si ferma l’avventura umana e sportiva del campione paralimpico sudafricano, ammesso a gareggiare insieme ai cosiddetti “normodotati”

di Leo GABBI

pistorius

Adesso i riflettori rimarranno accesi un bel po’ sulla sua vita, ma non nel modo e per i motivi che aveva sempre sognato. È ancora avvolta in un fitto mistero la vicenda che ha portato Oscar Pistorius, l’uomo che aveva stravolto i canoni classici dello sport, a sparare e a uccidere la sua fidanzata, la modella Reeva Steenkamp, nella villa alle porte di Pretoria, in Sudafrica. Uno degli sportivi più famosi del pianeta è imputato di omicidio volontario premeditato, perché la polizia non ha creduto alla sua versione della legittima difesa contro un presunto ladro. Il dramma c’è tutto, comunque vada a finire una vicenda che paradossalmente ha visto il suo culmine proprio il giorno dedicato agli innamorati. Ma l’aspetto che inquieta di più è che anche negli affetti Oscar non è riuscito a conquistare quella normalità cui forse tendeva, almeno agli inizi, quando ancora non era stato travolto dalla macchina dello star system.

Di sicuro anche stavolta non si arrenderà all’evidenza, lotterà come ha fatto praticamente fin dalla nascita, quando, 11 mesi dopo essere venuto alla luce a Johannesburg, gli amputarono entrambe le gambette a seguito di una grave malformazione (non aveva i peroni e i piedi erano deformati). Lottare: questa è sempre stata la sua parola d’ordine Non tanto per vincere, come tutti i suoi coetanei, ma per conquistare la normalità, per farsi accettare. Una feroce determinazione sposata con la volontà di sperimentare quelle protesi al carbonio mai viste prima, che lo facevano volare sulle piste d’atletica, ma che ancora nel 2008 gli valsero il veto della Federazione mondiale di atletica di gareggiare i 400 contro i normodotati. Qui la guerra si sposta nelle aule di tribunale, tra montagne di carta bollata, che alla fine lo premiano: il Tas riconosce che gli arti meccanici di Pistorius non sono vantaggiosi rispetto a quelli degli atleti normali e lo autorizza a gareggiare a Pechino, dove però non riesce a ottenere il tempo richiesto e si consola con il trionfo alla Paraolimpiade dove vince tre ori, nei 100, 200 e 400 metri (in quest’ultima gara stabilisce pure il record del mondo).

Un anno dopo è però in agguato la prima macchia giudiziaria: viene arrestato per aggressione. Ma poi è rilasciato e comincia la sua avventura nel Belpaese (suo bisnonno era italiano) che lo porta ad allenarsi tra il Friuli e la Toscana. Poi, nel 2011, la grande soddisfazione di correre il Mondiale dei normodotati, con l’argento conquistato nella 4×400 e l’epilogo felice di Londra olimpica, la scorsa estate, quando tutto il pubblico lo applaude quando conquista la semifinale nei 400. Stavolta però viene penalizzato, e non aiutato, da quelle protesi magiche che gli creano problemi nel recupero della fatica: gli avevano donato la libertà come due ali, ma poi erano diventate una zavorra insopportabile. Blade Runner, questo il soprannome che tutti gli affibbiano subito, rischia adesso di tornare in quel lungo tunnel che fin da bambino gli sembrava senza uscita. Un peccato perché, comunque finisca questa sua tragedia familiare, un pregio lo ha avuto: aver insegnato a tanti ragazzi con handicap a non arrendersi mai, anche se i suoi detrattori lo accusano di aver usato qualsiasi mezzo pur di arrivare al traguardo.

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